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DELL’UNITÀ IN DIO

Centro Studi Metafisici - Milano

 

Uno dei presupposti, se non il principale, sul quale si basa la Dichiarazione “Dominus Iesus”, è quella che la “piena e completa rivelazione del mistero salvifico di Dio” (p. 3) possa ritrovarsi solo in una specifica rivelazione, a dispetto di tutte le altre.  Da questo deriva un esclusivismo di fondo e un “perenne annuncio missionario della Chiesa” che verrebbe “oggi messo in pericolo da teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de iure (o di principio)”. Tale esclusivismo si riflette anche sul piano delle fede religiosa, che nella Dichiarazione è scissa in una netta quanto artificiosa differenza tra fede teologale e credenza, dove solo la prima corrisponderebbe ad un effettivo riconoscimento di Rivelazione di Dio «che permette di entrare all'interno del mistero, favorendone la coerente intelligenza», mentre la seconda sarebbe una semplice credenza in concezioni umane “che l'uomo nella sua ricerca della verità ha ideato e messo in atto nel suo riferimento al Divino e all'Assoluto” e che quindi è “priva ancora dell'assenso a Dio che si rivela”.

Il presupposto teologico della Dichiarazione sembra essere il Concilio di Trento, posizione singolare poiché, mentre tale Concilio si riferiva direttamente alle riflessioni maturate in rapporto alla Riforma, qui l’argomento principale è costituito dalle altre religioni le quali non rientrano in un dibattito tra ortodossia ed eresia interno alla Chiesa cattolica, ma che si basano invece su Rivelazioni diverse del Verbo. Se lo stesso Concilio di Trento attribuiva “la qualifica di testi ispirati” solo “ai libri canonici dell'Antico e del Nuovo Testamento, in quanto ispirati dallo Spirito Santo”, questo avveniva all’interno di un dibattito teologico tra la Chiesa e la Riforma sull’interpretazione dei testi sacri, dibattito che non riguarda le altre confessioni religiose. Analogamente, quando veniva ribadita “l'origine divina e l'efficacia salvifica ex opere operato, che è propria dei sacramenti cristiani”, si aveva di fronte soprattutto il problema della Eucaristia e della sua abolizione e trasformazione da parte delle Chiese riformate. L’ambiguità delle premesse teologiche della “Dominus Iesus” conduce alle conseguenze molto singolari di arrivare più o meno esplicitamente a contraddire le stesse disposizioni del Concilio Vaticano II le quali pure rendevano omaggio alla realtà spirituale dei testi rivelati delle altre confessioni religiose, le quali “quantunque in molti punti differiscano da quanto essa [la Chiesa] crede e propone, tuttavia, non raramente riflettono un raggio di quella Verità, che illumina tutti gli uomini”.

Il recente documento della Congregazione per la Dottrina della Fede costituisce un illuminante esempio dei limiti della teologia speculativa e delle aberrazioni cui essa può giungere. La teologia, infatti, se non partecipa di una dimensione metafisica, vale a dire di una conoscenza dei principi universali della “scienza di Dio”, sophia, non può che limitarsi a sviluppare un’ermeneutica logico-razionale a partire da premesse letterali, senza riuscire a penetrare il senso veramente spirituale della lettera dei Testi sacri.

In difetto di una tale prospettiva è quindi importante che gli strumenti speculativi vengano usati limitatamente all’ambito per il quale sono stati approntati, vale a dire, per quanto riguarda la teologia, la salvaguardia dei dogmi fondamentali della fede e della Chiesa Cattolica, entro il quale il Magistero ha piena legittimità di esprimersi in forma dottrinale. Diverso è il caso del rapporto con le altre Religioni, che non può essere affrontato se non nel rispetto dei principi metafisici fondamentali. Infatti, gli stessi padri della Chiesa, pur esprimendosi in forma molto chiara contro le eresie, hanno avuto un atteggiamento molto più discreto e avveduto nei confronti delle altre Religioni. A questo proposito ricordiamo un episodio relativo a San Bernardo di Chiaravalle, di cui sono noti i rapporti con i Templari e, tramite loro, con il mondo islamico. Quando l’abate Pietro il Venerabile nel 1143 intraprendeva una traduzione del Corano con l’intenzione di approntare un nuovo strumento per combattere i musulmani, l’abate chiedeva a San Bernardo, in quanto massima autorità dottrinale della Chiesa del tempo, di stenderne un’introduzione, invitandolo a “scrivere contro questo errore”. Non ricevendo risposta l’abate scriveva una seconda volta, fornendo ulteriori dettagli sull’opera che stava facendo realizzare, ma nemmeno al secondo, più pressante, invito, San Bernardo accettava di scrivere contro l’Islam e il Corano[1].

La mancanza di una prospettiva metafisica diventa lampante quando si affronta la delicata realtà dell’azione del Logos, della Parola di Dio, prima e dopo il Cristianesimo. Se, per la dottrina cristiana infatti il Logos si è fatto “carne” nel Cristo, questo non implica che il Logos, vale a dire Dio stesso, sia limitato da questa operazione, poiché, se così fosse, non sarebbe più Dio, che è tale per non aver limiti così come è veramente infinita la sua Opera. La Rivelazione di Dio non apporta quindi nulla alla Divinità, né la limita in alcun modo, senza togliere che Dio si manifesta “pienamente” in ogni Rivelazione, ognuna delle quali rappresenta realmente la presenza di Dio nel mondo. Quando il testo della Congregazione per la Dottrina della Fede insiste sul fatto che non bisogna separare astrattamente il Cristo dal Logos, ciò è quindi conforme alla dottrina di tutte le tradizioni ortodosse che vedono la Rivelazione e i mezzi di grazia misteriosamente identificati a Dio stesso e al Suo Verbo. Tutte le Religioni ribadiscono che tali mezzi sono realmente una porta aperta sull’Infinito, a cui si identificano “misteriosamente”. Tuttavia, ciò che tutte le dottrine tradizionali, Cristianesimo compreso, unanimamente condannano è la pretesa a volere rendere simmetrico questo rapporto: anche i Padri sottolineavano che il Cristo è Dio, ma Dio non è il Cristo. La Rivelazione, quindi, è consustanziale a Dio, ma Dio è indipendente da ciò che crea e rivela, che non aggiunge nulla alla Sua Realtà infinita.

La Dichiarazione dimostra uno stesso tipo di incomprensione tra prospettiva teologia e principi metafisici anche nel riferimento a San Leone Magno per negare l’operatività del Logos anche dopo l’incarnazione. Leone Magno visse infatti durante il V secolo d.C. e si trovò ad affrontare da una parte le invasioni barbariche (Attila e Alarico) e dall’altra una profonda crisi teologica della Chiesa (Nestorio ed Eutiche). Tuttavia, la sua opera precede di oltre un secolo l’Islam, l’unica Rivelazione posteriore al Cristianesimo: la sua prospettiva teologica non poteva che limitarsi a combattere le innovazioni interne alla Chiesa, senza riferirsi ad una Rivelazione effettivamente posteriore.

La realtà infinita del Logos preesiste quindi alla Rivelazione storica, come lo stesso Cristo ha sottolineato affermando “prima che Abramo fosse, io sono”, frase che ricorda quella del profeta Muhammad “io ero quando Adamo era ancora tra l’acqua e l’argilla”. E il Logos si è manifestato anche dopo il Cristo in quella Rivelazione che ha nuovamente espresso la “verità tutta intera”[2], che è l’Islam.

La concezione di un’unica sophia perennis, divina sapienza eterna, tradizione perenne, era una verità espressa anche dai padri della Chiesa. Infatti, sulla base di questa prospettiva fondamentale Sant’Agostino aveva affermato:

Questa, che ora si chiama religione cristiana, era anche presso gli antichi, e non mancò dall’inizio del genere umano, fino a quando lo stesso Cristo venne nella carne, e da allora la vera religione, che già esisteva, cominciò a chiamarsi cristiana. Perciò ho scritto: “Tale è ai nostri tempi la religione cristiana...”; (Sant’Agostino fa qui riferimento a un passo del De Vera Religione) non perché non esistesse nei tempi passati, ma perché prese questo nome in seguito[3].

Una tale consapevolezza, per quanto ristretta all’interno di un’élite spirituale e intellettuale, costituisce il presupposto metafisico che aveva reso possibile, ad esempio, il passaggio della potestas imperiale dal mondo greco-romano a quello cristiano, segno di una continuità tra tutte le forme e le civiltà tradizionali. I primi autori cristiani insistevano infatti molto su questo aspetto:

Tutti quelli che hanno vissuto secondo il Logos sono cristiani, anche se sono stati considerati pagani, come presso i Greci, Socrate, Eraclito, e simili[4].

La prospettiva teologica non può che porsi il problema della salvezza per coloro che praticano una religione e per evitare che essi cadano in una manifesta eresia. Non vi è un “relativismo religioso”, dove una Religione “vale l’altra”, nel senso che si possono praticare indifferentemente riti di diverse tradizioni, ma vi sono Religioni diverse, ciascuna perfettamente valida in se stessa e “relative” ad uno specifico popolo o giurisdizione spirituale, come tutti i veri sapienti di tutte le tradizioni hanno da sempre sostenuto. Un’esclusivismo cristiano risulta quindi tanto più inconsistente quanto la stessa figura del Cristo non è esclusiva solo del Cristianesimo, ma è presente anche nell’Islam, come le figure di Abramo e Mosè appartengono a tutte e tre le forme del monoteismo abramico.

A riprova delle conseguenze di un ragionamento teologico condotto a partire da premesse inesatte, la Dichiarazione “Dominus Iesus” termina quindi con una nota molto negativa sul dialogo inter-religioso che avverrebbe su un piano di assoluta disparità, infatti dice: “la parità, che è presupposto del dialogo, si riferisce alla pari dignità personale delle parti, non ai contenuti dottrinali né tanto meno a Gesù Cristo, che è Dio stesso fatto Uomo, in confronto con i fondatori delle altre religioni”.

Vi è infine un problema di carattere religioso che tocca tutti i cattolici: come possono assecondare i contenuti della Dichiarazione nel momento in cui questi contraddicono apertamente le dichiarazioni del Concilio Vaticano II, vale a dire di un’autorità che rappresenta sul piano religioso e teologico un’autorità superiore a quella della Congregazione per la Dottrina della Fede e dello stesso Papa? I Cristiani sembrano chiamati a prendere una posizione precisa nei confronti dell’esclusivismo confessionale, che appare ancora una volta di più, in tutte le forme in cui si presenta, l’ennesima maschera dell’Angelo che pretese di essere il più bello, e che non si volle inchinare, nemmeno per ordine di Dio, di fronte ad Adamo. D’altra parte, la manifestazione di profonde confusioni sulla realtà della figura del Cristo, rappresenta, per coloro che hanno gli “intelletti sani” come diceva il Poeta, uno dei segni più temibili dell’avvicinarsi dell’Ora.

 



[1] Jean Leclerq, Pierre le Vénérable, Abbaye Saint Wandrille, 1946, trad. it. Pietro il Venerabile, Jaca Book, Milano, 1991, p. 184 sgg.

[2] Giovanni, 16, 13.

[3] Retractationes  I, XIII, 3.

[4] Giustino, Apologia I, 46, PG 6, 397.