Dialogo interculturale ed intellettualità
Abd-al-Haqq Ismail Guiderdoni
Venezia 23 novembre 2007
L'inizio
di questo ventunesimo secolo ha amplificato, in modo spettacolare, i
cambiamenti osservati alla fine del secolo precedente: gli scambi economici
sono sempre più globali, la scienza e la tecnologia influenzano sempre
maggiormente la nostra organizzazione sociale, i nostri comportamenti, e la
nostra visione del mondo, e la moltiplicazione dei mezzi di comunicazione e
d'informazione garantisce la presenza delle culture e delle religioni in ogni
punto del pianeta. Se questi fenomeni sono portatori di reali opportunità, implicano
tuttavia anche forti pericoli, come disordini sociali, catastrofi tecnologiche che
compromettono l'equilibrio naturale, o violenze innescate dagli scontri di
civiltà. Più che mai, il dialogo sembra necessario per identificare, e
disinnescare, questi pericoli potenziali.
Ma
dialogare significa trovare una lingua comune. Ed è qui che si pone il
problema. Sembrerebbe che le varie culture dell'umanità, umanità mai come oggi tanto
incapace di comunicare, non siano più in grado né di conoscersi, né di
comprendersi realmente. Certamente, non è l'informazione dei fatti o la
comunicazione orizzontale a mancare. Mai come oggi la conoscenza umana è stata
così largamente accessibile, mai essa è stata così abbondantemente documentata nei
libri, e così minuziosamente analizzata nei suoi dettagli. Ma, ciononostante,
il divario tra le culture sembra allargarsi, un divario che alcuni pensano a questo
punto incolmabile, volto verso lo scontro di civiltà e religioni.
Quale
lingua comune trovare per tentare di evitare tale disastro? Tutti noi ricordiamo
che il pensiero razionale ha preteso, fin dal Rinascimento, e ancora più
durante l’Illuminismo, nel diciottesimo secolo, e nel Positivismo nel
diciannovesimo secolo, di fornire un quadro generale universale che avrebbe, da
questo momento in poi, caratterizzato il dialogo dell'umanità. Non vogliamo qui
misconoscere il ruolo della ragione la quale ci permette di agire in comune su
questa terra. Il problema è che la pratica razionale è risultata incapace di
rispondere alla domanda del “perché”, cioè alla questione del senso, sia
dell'umanità che della vita di ognuno di noi. Ora, la questione del senso è
essenziale al dialogo. Senza di essa, il dialogo è soltanto uno scambio
diplomatico senza consistenza. Non produce una vera “intesa”, cioè la coscienza
“di tendere insieme” verso un fine comune.
È proprio
ciò che sembra fare difetto all'umanità del ventunesimo secolo: l’accettazione
di un destino comune, la coscienza di uno scopo verso il quale convergere,
l'intuizione di una verità che dà all'esistenza dell'umanità il suo pieno
significato. In una parola, ciò che manca, è una coscienza condivisa dell’universalità
del percorso umano, un’universalità che dia una giustificazione ed una coerenza
alle differenze di religione, di cultura e d'abitudini, e che permetta allo
stesso tempo di superare, “dall’alto”, queste differenze in una realtà che le trascenda.
Il significato di “universalità”, secondo l’etimologia di “versus unum”, è il fatto di essere volto verso l’Uno, l’Uno
metafisico da cui tutto procede e verso il quale tutto torna.
Se ciò
è così, è perché la nostra civiltà occidentale, del resto unica nel suo genere,
che ha portato durante quasi cinque secoli la fiaccola della ragione,
cominciando dall'Europa, ed estendendola in seguito verso il nuovo mondo, e ora
sulla terra intera, ha abbandonato, cammino facendo, la sua universalità, cioè,
il senso metafisico dell'unità fondamentale che sottende la diversità, un senso
che l’Occidente possedeva precedentemente. Ora, tutte le culture e le civiltà
del mondo, ormai penetrate, a differenti gradi, da questo pensiero privo di
scopo ultimo, devono affrontare questo handicap.
Che mi
sia qui permesso di mostrare brevemente la possibilità di un'altra prospettiva,
quella di una rivificazione del senso dell’universalità, con una presa di
coscienza profonda e vissuta delle sfide metafisiche dell'esistenza dell'umanità,
e della vita di ognuno di noi. È questo senso dell’ universalità che può
permetterci la messa in opera di un dialogo costruttivo tra le culture, e tra
le religioni le quali costituiscono quasi sempre la vera fonte di ogni civiltà.
Ritrovare,
tramite il senso della metafisica, il gusto dell'unità, costituisce dunque la
sfida principale che ci si presenta. Ritorniamo un momento, con il pensiero,
alla situazione medioevale. Certamente, sotto diversi aspetti, questi erano tempi
duri. Ma gli uomini e le donne di quest'epoca, ebrei, cristiani, o musulmani
che fossero, da un lato o dall'altro del Mediterraneo - e ricordiamo che erano presenti
tanto al nord quanto al sud del Mediterraneo - quest'uomini e queste donne
condividevano una stessa visione della realtà. Avevano fede nel Dio Unico, allo
stesso tempo assolutamente trascendente e altrettanto presente nella Sua
immanenza. Concepivano il mondo come una successione di segni portatori di
senso, come una creazione indicante il Suo Creatore, come un miracolo quotidiano
di grandezza e di bellezza che rinvia alla Maestosità ed alla Magnificenza del
Suo Autore. Credevano alla vocazione dell'essere umano alla conoscenza della
Verità e della Realtà, che sono nomi di Dio, una vocazione paradossalmente
volta alla conoscenza dell'infinito e dell'eterno, che costituisce peculiarmente
la dignità inalienabile dell’uomo, ciò che lo rende veramente umano, secondo la
forma divina, e lo distingue dalle altre creature. Infine, credevano alla Rivelazione,
alla possibilità che Dio, infinito ed eterno, possa manifestare la sua parola
in un luogo ed un tempo, per dare un orientamento all'essere umano. Certamente,
alcuni credenti erano veramente persuasi che la loro rivelazione fosse la sola
ad essere autentica. Ma ci fu anche la testimonianza unanime di uomini
spirituali e mistici che attestavano l'unità della vocazione spirituale, oltre le
forme dogmatiche che rimangono indispensabili, come il recipiente lo è per
contenere la bevanda. Questi uomini e queste donne vivevano in tempi duri, ma
sapevano perché vivevano. I nostri tempi sono forse meno duri, anche se forse
questa è solo un’illusione, e per molti la vita non ha senso in sé, e sembra
vivibile soltanto attribuendole un senso scelto in modo totalmente arbitrario.
Come le
rivelazioni precedenti, l'Islam richiede la testimonianza del Dio Unico, il cui
nome arabo è Allâh, il Dio di tutta l'umanità, ar-Rahmân ar-Rahîm, Dio d'amore e di misericordia, che, per la sua rahmah, crea il mondo e vi fa scendere
le Sue Rivelazioni, come altrettanti adattamenti provvidenziali della
tradizione immutabile, ad-dîn al-qayyim,
la religione unica dell'umanità, dal primo profeta, sayyidunâ Adam (su lui la pace), fino all'ultimo, sayyidunâ Muhammad (su lui la pace e la
benedizione di Dio), passando per tutti i profeti, conosciuti e sconosciuti, ed
in particolare Abramo, Mosé e Gesù (su di loro la pace). Come la pluralità
delle lingue e delle culture è una benedizione voluta da Dio che ama la
diversità, anche la pluralità delle rivelazioni e delle comunità, che risponde
alla pluralità delle lingue, è voluta da Dio:
“Noi non inviamo profeti se non con la lingua
del loro popolo, affinché possano illuminarlo”.
Certamente si tratta di un dono, ma anche di
una prova:
“Se Dio lo avesse voluto, avrebbe fatto di
voi una sola Comunità. Ma ha voluto provarvi con il dono che vi ha fatto. Gareggiate
nelle buone opere. Voi tutti tornerete a Dio. Solo allora Egli vi informerà a
proposito di ciò che vi divide”.
Dunque
la spiegazione della pluralità dei messaggi religiosi è rinviata nell'altro
mondo, ma occorre, in attesa di questa conoscenza escatologica, conservare la
coscienza dell’universalità della tradizione primordiale, e gareggiare nelle
“buone opere”.
L'essere
umano, creato ad immagine e somiglianza di Dio – noi musulmani diciamo, creato
“secondo la forma spirituale del Misericordioso” – è posto da Dio sulla terra,
come il suo rappresentante o luogo-tenente, come un giardiniere in un giardino
che deve apprendere a coltivare, e di cui può beneficiarne a condizione di non
abusarne.
In quel
periodo, nonostante la difficoltà dei tempi e l’esclusivismo di alcuni, gli
intellettuali, ebrei, cristiani e musulmani, condividevano una stessa visione
del mondo. Ibn Rushd, Maïmonide, San Tomaso d’Aquino, svolgevano tematiche
principiali in un universo filosofico, scientifico ed artistico comune, e le
questioni teologiche che affrontavano si facevano eco le une alle altre.
San-Francesco
d’Assisi poteva parlare cuore a cuore con il sultano Al-Malik al-Kâmil, mentre
gli eserciti crociati assediavano Damiette, e Jalâl-ad-dîn Rûmî dialogava con gli
Ebrei e i Cristiani di Konya, una città situata non lontano dal santuario
mariano di Efeso, luogo dei sette dormienti che il Corano menziona, come menziona
Maria, madre virginale di nostro Signore Gesù, il Messia (sayyiduna ` Isâ al-Masîh) - su lui la pace.
È questo
l’esempio che dobbiamo ritrovare, adattandolo alle condizioni di un mondo che è
molto cambiato dopo otto o nove secoli. Permettetemi di richiamare tre aspetti
di questa “vivificazione” di un'intellettualità volta verso l'universale.
In
primo luogo, si tratta di una riabilitazione dell'intelletto in tutta la sua
ampiezza. I filosofi musulmani, sulla scia di Platone, di Aristotele e di
Plotino, hanno insistito sul fatto che l'intelletto (nous, al-`aql) è allo stesso tempo ragionamento (diaonia, tafakkur) e capacità intuitiva
delle verità eterne (noesis, hads). I
metafisici, quando affrontano l’ontologia, cioè la scienza dell’essere in
quanto tale, ma anche i matematici quando enunciano teorie, e gli artisti,
soprattutto coloro che praticano umilmente l'arte sacra nelle sue forme
tradizionali, sanno a quale punto l'intuizione intellettuale permette di
accedere alla verità senza alcuna forma di dubbio.
In
secondo luogo, occorre ritrovare il senso del simbolo. La visione
dell'intuizione data dalla filosofia tradizionale è, essa stessa, superata da
quella dei sufi, che percorrono la
dimensione esoterica, contemplative ed iniziatica dell’Islam, testimoniando che
la conoscenza non si limita alla capacità intuitiva di cogliere la verità, ma
si estende fino alla trasformazione dell’essere tramite la Verità. Sviluppando
il logos, la lingua articolata del
pensiero razionale, abbiamo omesso che l'essere umano può conoscere molto di più
di quanto possa concepire. Con il muthos,
con il mito, con le parabole e l'allusione rituale, il mathal e l’isharah, con
ciò che è, ma espresso differentemente nella lingua universale del simbolo,
l'essere umano può accedere ad una conoscenza più alta, una conoscenza che costituisce
il vero gusto delle verità metafisiche, ed un’identificazione con il
conosciuto. I riti religiosi costituiscono, secondo la parola del metafisico
francese René Guénon, dei “simboli agiti”, che, mettendo in gioco il corpo, agiscono
sul cuore. Questi riti come simboli agiti sono, etimologicamente, quei cocci di
terraglia rotti che rinviano al loro complemento, un complemento che è di fatto
costituito dalle influenze spirituali che il simbolo veicola. È questo senso
del rito, come azione sacra che lega il mondo visibile allo Spirito, che
abbiamo perso, e che dobbiamo ritrovare.
In terzo
luogo, è proprio lo Spirito che è in gioco, e ciò costituisce l'essenziale. Lo
Spirito è il soffio posto da Dio nell'essere umano, uno Spirito che, poiché non
è nostro, ma il Suo, ci apre alla possibilità della conoscenza universale. Non
ci può dunque essere spiritualità senza la presa di coscienza di questo soffio divino,
senza riferimento al Dio l’Unico che soffia in noi. È questo soffio che si apre
nel nostro essere, e che illumina la nostra anima trasformandola. Poiché il
soffio agisce non per aggiunta, ma per sottrazione. Esso ci svuota di noi
stessi e pulisce il nostro cuore per farci ritrovare la fitrah, ossia quella natura spirituale nella quale Adamo fu creato.
Come
dice Sana’i, “se la conoscenza non ti permette di elevarti sopra te stesso, è
meglio l'ignoranza della conoscenza”.
Così
l'intelletto volto verso l'universale ha la capacità di sapere fino dove la
ragione può andare, di prendere la via catafatica e la via apofatica, l'azione
e la contemplazione, la scienza e l'arte, l’universalità dei principi e la loro
concretizzazione in ogni luogo e tempo, secondo l’esempio del Profeta che dava
ad ogni realtà la sua haqq, la sua
verità, il suo “diritto” ed il suo giusto peso nel Reale, che è uno dei nomi di
Dio.
La
sorte del pianeta si gioca attorno a questo mare comune del Mediterraneo, su
questo asse dell’Oriente verso l’Occidente dove sono nate, e si sono diffuse,
le tre religioni monoteiste - o, meglio, le rivelazioni successive della stessa
religione monoteista. Di fronte alle sfide del mondo, la conoscenza reciproca è
indispensabile. Occorre dunque conoscersi, conoscersi per riconoscersi in
questa dimensione universale comune a tutti gli esseri umani. Intrappolati tra
la guerra e l’ingiustizia, dobbiamo capire che non c’è pace senza giustizia, ma
che non può esservi giustizia senza verità, e che Pace, Giustizia e Verità sono
tre dei più bei nomi del Dio Unico. Occorre auspicare che possano essere
gettati dei ponti tra l’Oriente e l’Occidente, tra il Nord ed il Sud, tra la
ragione e la fede, tra l'azione e la contemplazione per promuovere questa
conoscenza più profonda.
Per
finire, vorrei richiamare alla necessità di rendere visibili questi ponti,
creando centri dove tale conoscenza reciproca delle religioni, culture e
civilizzazioni, in una prospettiva di universalità, possa essere perseguita. La
motivazione è di trovare la vocazione a questo “verso l’Uno”, “unum versus”, che ha presieduto fin
dall'origine ai modelli della madarsah
nel mondo musulmano, e dell'università, universitas,
nel mondo cristiano, modelli la cui l'ambizione, da allora, è stata ridotta a
studi specializzati. L’Insitut des Hautes Etudes Islamiques, che raccoglie, come
la CO.RE.IS (Comunità Religiosa Islamica) Italiana, musulmani d'origine europea
riuniti da uno stesso orientamento intellettuale, ha presentato quest'anno, in
collaborazione con la grande Moschea di Lione, il progetto di un Institut François
de Civilisation Musulmane che potrà proporre una migliore conoscenza dell’Islam,
ma anche delle altre religioni, in questa prospettiva d’apertura verso un
incontro “al vertice”. Tuttavia, quest'istituto non sarà soltanto un luogo di
studio. Darà accesso all'insegnamento simbolico dell'arte islamica, e delle
arti sacre di tutte le religioni. Si aprirà infine alla città, con la
partecipazione al dialogo delle civiltà ed ai grandi dibattiti sociali. Questo
progetto, a causa del suo carattere interculturale e della sua apertura, ha
ricevuto un’accoglienza favorevole dei pubblici poteri, ed in particolare del
governo francese, di cui dovrebbe ricevere un finanziamento significativo.
Speriamo, con l'aiuto di Dio, di potervi accogliere da noi tra qualche anno, e di
poter attuare con voi questa vivificazione della conoscenza tanto urgente e
indispensabile per preparare il mondo futuro.