Camera dei deputati                                                                                                                        Servizio commissioni

 

 

Indagini conoscitive e documentazioni legislative n. 1

 

 

 

 

Sulle condizioni sociali

delle famiglie in Italia

 

 

Commissione XII

(affari sociali)

 

 

VOLUME I

 

 

Atti parlamentari

XV legislatura

 


 

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE MIMMO LUCÀ

 

Audizione di rappresentanti delle istituzioni religiose (Commissione episcopale per la famiglia e per la vita presso la CEI, Consulta per l'Islam italiano, UCEI-Unione delle comunità ebraiche, Assemblee di Dio in Italia (ADI)-Chiese cristiane evangeliste, Unione delle Chiese cristiane avventiste del 7° giorno e Federazione delle Chiese evangeliche in Italia).

 

PRESIDENTE.  L’ordine del giorno reca, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle condizioni sociali delle famiglie in Italia, l’audizione di rappresentanti delle istituzioni religiose (Commissione episcopale per la famiglia e per la vita presso la CEI, Consulta per l’Islam italiano, UCEIUnione delle comunità ebraiche, Assemblee di Dio in Italia (ADI)-Chiese cristiane evangeliste, Unione delle Chiese cristiane avventiste del 7° giorno e Federazione delle Chiese evangeliche in Italia).

Nel salutare tutti i nostri graditissimi ospiti e nel dare loro il benvenuto mio personale e di tutta la Commissione, ricordo che sono presenti per la Conferenza episcopale italiana sua eccellenza monsignor Giuseppe Anfossi, presidente della Commissione episcopale per la famiglia e la vita, e il dottor Francesco Belletti.

Per la Consulta per l’Islam italiano - mi scuso se non pronuncerò correttamente i cognomi delle persone presenti - sono intervenuti il dottor Khalil Altoubat, il dottor Khalid Chaouki, il dottor Mohamed Nour Dachan accompagnato dal dottor Noureddine Chemmaoui, la dottoressa Zeinab Ahmed Dolai, il dottor Yahya Sergio Pallavicini, l’ambasciatore Mario Scialoja, il dottor Mohamed Saady, la dottoressa Souad Sbai e il dottor Mohamadou Siradio Thiam.

Per l’Unione delle comunità ebraiche sono presenti il dottor Alberto Levy, segretario generale, e il dottor Anselmo Calò, consigliere.

Per le Assemblee di Dio in Italia (ADI)-Chiese cristiane evangeliche sono presenti il pastore dottor Francesco Toppi, presidente e legale rappresentante, e il pastore Eliseo Cardarelli, segretario.

Per l’Unione delle Chiese cristiane avventiste del 7° giorno sono presenti il pastore Roberto lannò, segretario, e il pastore Lucio Altin, direttore del dipartimento famiglia.

Per la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia sono intervenuti l’onorevole Domenico Maselli, presidente, a cui rivolgo un saluto particolare, non solo perché è stato un collega deputato, ma anche perché è anche un carissimo amico fraterno, nonché la dottoressa Elena Bein Ricco, saggista valdese.

 

YAHYA SERGIO PALLAVICINI, Membro della Consulta per l’islam italiano.

Signor presidente, credo che il mio intervento sarà, in qualche modo, complementare a quello della collega e cara amica. Intendo dare il mio contributo in rappresentanza di una voce, di una confessione religiosa islamica nella specificità, nel quadro del pluralismo dello scenario delle famiglie nella società italiana. Dico questo perché ritengo che possa essere opportuno distinguere il fenomeno delle famiglie come risultato del flusso dell’immigrazione da quello che a me sembra essere uno degli obiettivi principali di questa nostra audizione, ossia un’analisi del pluralismo delle identità religiose nel quadro della società italiana. Non sempre le questioni possono avere gli stessi approcci e, soprattutto, le stesse soluzioni.

Per quanto riguarda la nostra esperienza come CO.RE.IS. - un osservatorio distribuito su diverse regioni del territorio nazionale -, la famiglia musulmana in Italia è, innanzitutto, una famiglia “nuova”, nel senso che non si contano più di tre generazioni di musulmani nel nostro paese; mentre ci sono tradizioni generazionali nell’ebraismo e nel pluralismo del cristianesimo qui rappresentato. Tecnicamente, quindi, si tratta di una società islamica nuova composta da nuclei familiari; è una componente della società sia di origine immigratoria sia autoctona, oltre che frutto di numerosi e crescenti matrimoni misti tra italiani e donne di origine straniera o extracomunitaria e di religione islamica.

C’è uno scenario, quindi, che - ad essere sincero - a me sembra possa essere interessante per non limitare l’analisi ad un fenomeno squisitamente migratorio, anche perché, se dovessimo analizzare - e apro una breve parentesi - la dimensione immigratoria delle famiglie, dovremmo integrare questa o, piuttosto, altre audizioni con la partecipazione di tutti i gruppi etnici e culturali (come i cinesi) che non sono rappresentativi di una confessione religiosa.

Quando si parla di famiglia islamica in Italia, si ci si riferisce alla famiglia islamica di origine italiana, mista o frutto di un’immigrazione. Il problema non è tanto l’integrazione degli immigrati, quanto la conoscenza, all’interno di questa Commissione, dell’identità o della specificità della famiglia musulmana nella società italiana per capire come - se posso dirlo - la società o le istituzioni possono favorirne, sulla base di una migliore conoscenza, l’integrazione o la relazione nel quadro della società contemporanea.

Fatta questa lunga premessa, la que­stione, secondo me, è legata ad un orientamento che si traduce con una parola per me magica, ma abbastanza rilevante, ossia il valore del pluralismo, valore principale della laicità dello Stato e della società italiana. È opportuno riflettere come non esista soltanto una famiglia tipo - per quanto quella cattolica sia maggioritaria -, bensì nuclei familiari con orientamento religioso e senza un orientamento religioso.

In questa audizione avete richiesto testimonianze plurali e variegate su cosa si intenda per famiglia con orientamento religioso. Nel quadro della nostra esperienza e delle nostre osservazioni, purtroppo, si rileva una varietà di interpretazioni della famiglia musulmana in Italia. Da una parte, vi è un’interpretazione di famiglia che rischia di essere formalista, di entrare in conflitto con la società contemporanea e di ghettizzarsi, o comunque di rivendicare pretestuosamente un’identità; dall’altra, vi è una famiglia musulmana di origine residente in Italia, che, invece, non ha alcuna sensibilità per la tradizione religiosa, per la pratica rituale o per la dimensione sacrale, ovvero culturalmente islamica, ma non interessata all’Islam. Si tratta di una dimensione prettamente culturale, che oserei definire molto superficiale.

Questo è uno scenario da tenere ben presente, perché molto spesso si tende a confondere, in termini di discriminazioni e di critica, tutte le famiglie musulmane, quasi fossero tutte fondamentaliste, poligame, irregolari, oppure oggetto di un’auspicabile integrazione in un modello socio-culturale-familiare che dovrebbe però prescindere da un’identità religiosa.

La maggioranza delle famiglie musulmane in Italia di prima, seconda e terza generazione vuole, invece, vivere la propria identità religiosa in piena sintonia e armonia con i principi laici del sistema contemporaneo e della società moderna, senza confondere una dimensione di rivendicazione identitaria religiosa con un’opposizione al sistema democratico o una rivendicazione di leggi o di sistemi matrimoniali paralleli, clandestini, irregolari, pretestuosi o squallidi.

In base alla mia esperienza e al nostro osservatorio, il modello della varietà delle famiglie musulmane è di orientamento religioso moderato - quindi non bigotto, non estremista, non formalista - e vive la dimensione del sacro nelle varie specificità come da secoli le famiglie ebree e cristiane nel nostro territorio nazionale.

Lo scenario importante da porre alla vostra attenzione è la valorizzazione della vera conoscenza di un’identità nella pluralità, anche della specificità della famiglia musulmana nel quadro delle famiglie della società italiana, affinché questa possa essere riconosciuta e partecipare con maggiore efficacia a un altro dibattito presente nella “società” contemporanea e anche nella comunità islamica.

Il vero problema è, infatti, legato ad una crisi dovuta alla difficoltà che le famiglie religiose incontrano nel tradurre la propria identità religiosa rispetto alla secolarizzazione, alla modernità e alla dimensione che rischia, talvolta, di essere esasperata in termini di ateismo, di materialismo, di nichilismo. Dall’altro lato, esiste il problema di un’integrazione più specifica della famiglia islamica in Italia, misconosciuta nella sua reale identità e, soprattutto, tristemente e drammaticamente confusa con esempi che non hanno nulla di islamico, né di legittimo, né di intellettualmente onesto ed aperto ad un sistema di valori.

A fronte della giovane età della comunità islamica e delle famiglie che la compongono, le nostre preoccupazioni riguardano soprattutto la dimensione della scuola e dell’educazione, aspetto su cui il dibattito è aperto anche al nostro interno, giacché qualcuno preferirebbe tutelare l’identità della famiglia islamica ricorrendo a scuole private o attraverso l’educazione paterna, e altri invece, nella nostra prospettiva, vorrebbero cercare di sensibilizzare le istituzioni, le scuole e i docenti della scuola pubblica, perché anche negli insegnamenti ci si apra ad una migliore conoscenza della diversità culturale e religiosa, prevenendo quindi ghettizzazioni, strumentalizzazioni e discriminazioni.

Lo stesso vale per quanto riguarda lo scenario futuro, ovvero per quanto concerne una formazione professionale per il lavoro priva di discriminazioni religiose ed anche la questione delle case.

Siamo qui nello scenario delineato dalla collega che mi ha preceduto, in cui si riscontra una disparità sociale basata sulla distinzione tra extracomunitari e italiani. La questione della casa o del lavoro esula dall’islamicità - o almeno me lo auguro - perché talvolta, anche con qualche giustificazione connessa a segnali negativi di alcuni individui, si tende ad accomunare l’immagine della famiglia islamica a quella dei fondamentalisti o a un pregiudizio, che rischia di caratterizzare negativamente la presenza e l’attiva partecipazione delle famiglie musulmane nella nostra società.

Tecnicamente, quindi, il fine è quello di riuscire a condividere un orientamento di valori sacrali e religiosi specifici dell’Islam, che siano spiritualmente comuni a tutte le tradizioni religiose, soprattutto dell’ebraismo e del cristianesimo, e di non confondere l’estraneità con la dimensione dell’Islam straniero.

Il pluralismo religioso è un valore sancito dalla Costituzione, che fa parte della diversità religiosa delle famiglie in Italia. Su tale base, dovrebbe esserci un altro approccio che tenda invece a non enfatizzare processi di integrazione o problematiche domestiche o professionali rispetto alla specificità di una dignità della famiglia musulmana al pari livello di famiglie di altre confessioni religiose.

L’ultimo punto riguarda la questione dell’uomo e della donna: è necessario ribadire come non esista nell’Islam una distinzione di trattamento e di dignità tra l’uomo e la donna. Di conseguenza, non può mai essere comprensibile, accettabile o giustificabile una rivendicazione o strumentalizzazione di un’autorità maschilista nei confronti di una donna segregata, fattore che esula dalla conformità alla dottrina islamica e risulta, comunque, inapplicabile all’interno del diritto della società italiana. Si tratta, dunque, di un falso problema dal punto di vista giuridico e sociale, ma purtroppo di un vero problema dal punto di vista culturale nel dialogo interreligioso. Non nascondiamo, infatti, l’esistenza di tendenze o di interpretazioni che vanno purtroppo in questa direzione, ma ciò non può impedire alla maggioranza dei musulmani in Italia di costituire un esempio che va nella direzione opposta.