‘Abd al Wahid Pallavicini
ISLAM INTERIORE
Prefazione alla prima
edizione italiana
a cura del
Centro Studi Metafisici di
Milano
Nel clima di confusione
che si sta estendendo attualmente dall’Occidente al mondo intero, la
testimonianza dello Shaykh[1]
‘Abd al Wâhid Pallavicini, autore dei discorsi e degli interventi raccolti in
questo volume, presenta un carattere eccezionale che discende direttamente da
una precisa funzione spirituale; tale funzione, data la sua natura, può essere
veramente compresa solo se considerata nel suo contesto sacrale e ricondotta
alle coordinate impersonali della Tradizione. Queste ultime possono essere
rappresentate soltanto dalla spiritualità più pura, dall’insegnamento
dottrinale più ortodosso e dalla legittimità della filiazione spirituale, così
come si manifesta nella regolare successione dei Maestri di un ordine
contemplativo. Tutto ciò è però ormai talmente lontano dalla mentalità comune
degli occidentali moderni – abituati a ricercare ovunque individualità
eccezionali e a promuovere di conseguenza “culti personali” – da richiedere
ulteriori spiegazioni.
Nonostante
quanto detto dei presupposti circa la regolarità di una funzione spirituale – a
qualsiasi forma tradizionale[2]
peraltro essa appartenga – la particolarità della situazione personale dello
Shaykh ‘Abd al Wâhid Pallavicini – musulmano italiano e Maestro di una
confraternita formata da europei – e il presentarsi stesso delle confraternite
islamiche[3]
in Occidente, potrebbero infatti sconcertare il lettore che si accosti per la
prima volta alla spiritualità islamica e non sospetti minimamente un simile
fermento spirituale. Quanto segue non sarà pertanto volto principalmente alla
presentazione dell’autore o dell’opera, ma piuttosto a cercare di fornire al
lettore la chiave per comprendere quello che è un vero e proprio capitolo di
storia, di quella storia sacra che, a dispetto di ogni apparenza, non ha mai
cessato di costituire la quintessenza degli avvenimenti umani per venire solo
illusoriamente rimpiazzata da una storia profana priva di ogni fondamento.
Quest’ultima, infatti, si riduce a essere nient’altro che un modo scorretto e
parziale di interpretare i fenomeni sociali, mentre la natura più profonda
delle cose, celata agli sguardi indiscreti, deve attendere che i tempi siano
maturi per tornare a manifestarsi in tutta la sua portata.
Riguardo alla
persona dello Shaykh ‘Abd al Wâhid ci limitiamo quindi a ricordare che è
musulmano da quarant’anni, Maestro di una confraternita da più di dieci, che ha
soggiornato a lungo in Oriente avendo il privilegio di conoscere quella che è
stata forse l’ultima generazione di veri Maestri (purtroppo ormai quasi tutti
scomparsi), e, infine, che svolge già da diversi anni opera di testimonianza
spirituale in Occidente, sia in Europa sia in America. La sua adesione
all’Islâm è avvenuta, però, tramite musulmani europei già ricollegati a
confraternite orientali, a seguito di una prima fase di preparazione dottrinale
metafisica che li aveva predisposti all’accettazione dell’Islâm e delle sue
confraternite. Queste costituiscono, infatti, l’ultima possibilità data da Dio
a quei pochi che avessero ancora in Occidente delle vocazioni contemplative
trascendenti.[4]
Questa storia
preliminare è in un certo senso iscritta nello stesso nome islamico dello
Shaykh: “‘Abd al Wâhid”, il servo dell’Unico, nome che gli è stato suggerito
come segno della sua fedeltà all’insegnamento di un altro grande Maestro
occidentale entrato nell’Islâm con lo stesso nome circa quarant’anni prima: il
metafisico francese René Guénon,[5]
il vero polo di questo processo preparatorio. Il destino ha voluto che
l’adesione dello Shaykh ‘Abd al Wâhid Pallavicini all’Islâm coincidesse con la
morte stessa dello Shaykh ‘Abd al Wâhid Yahyâ, avvenuta al Cairo il 7 Gennaio
1951, quasi un presagio del trasferimento di una funzione intellettuale
indipendentemente dalla regolare successione interna alle singole
confraternite.[6]
La situazione
dell’Occidente verso la fine del secolo scorso presentava già visibili i segni
dell’imbarbarimento cui assistiamo oggi e non differiva, se non apparentemente,
da quella di ogni altro popolo che fosse precipitato nel corso della propria
storia in quello stato di anarchia che fa seguito all’oblio delle verità
fondamentali. L’idolatria della ragione cominciava a cedere pericolosamente il
passo a forme ancora peggiori quali il teosofismo e lo spiritismo, e in
generale la pseudospiritualità offriva una gamma di possibilità atte a
ingannare “persino gli eletti se ciò fosse possibile”. Quel che era rimasto di
organizzazioni autenticamente tradizionali come la Massoneria confermava il
detto corruptio optimi pessima e rischiava, con il suo stesso confondersi a organizzazioni
pseudotradizionali, di divenire più pericoloso di quelle stesse. Da parte sua
la Chiesa Cattolica risentiva fortemente degli attacchi del modernismo. In
questa situazione la presenza di René Guénon risultò veramente provvidenziale:
la sua sola opera scritta, di un’estensione e profondità senza pari, lo
dimostra, recando in sé un sigillo divino che qualsiasi intelligenza sana non
può evitare di riconoscere.
Fin da giovane, chiamato a una funzione
eccezionale, egli penetrò in tutte le organizzazioni, tradizionali – o
sedicenti tali – presenti in Occidente e ne verificò direttamente l’ortodossia
intellettuale e la regolarità operativa o rituale, fornendo nei propri scritti
un quadro delle possibilità spirituali realmente esistenti che a tutt’oggi permette
a molti occidentali, ma anche a molti orientali,[7]
di ritrovare la vera via della Tradizione in questa “selva oscura” di crescente
confusione e pseudospiritualità.
In questi tempi si è infatti completamente
dimenticato che Verità e Tradizione designano due aspetti della stessa Realtà e
che sono pressoché sinonimi, fino a disconoscere la Verità stessa e a non darsi
più pena di vivere conformemente a essa. Si è voluto concepire la Verità come
astratta, soggettiva e mutevole, laddove essa è invece, per definizione,
concreta, oggettiva, immutabile, dovendo essere, per sua stessa natura,
onnicomprensiva. Riconoscere ciò significa riconoscere la necessità della
Tradizione, non essendo questa altro che la trasmissione di un insegnamento
non-umano operata di generazione in generazione da parte di uomini consacrati.
D’altronde, l’illusione del relativismo ha raggiunto negli ultimi secoli in
Occidente un livello mai toccato in nessun altro luogo e tempo, ed è stata
aggravata dallo stordimento provocato negli occidentali, ormai sradicati dalla
propria Tradizione, dal contatto con le altre civiltà. L’opera di René Guénon è
venuta allora a ricordare come, al di là dei veli delle differenti forme,
credenze, dogmi e riti, si dissimuli la stessa Verità, così come gli stessi
concetti possono venire espressi in lingue differenti. Tuttavia, similmente a
ciò che avviene nel racconto biblico della torre di Babele, oggi la maggior
parte degli uomini non comprende più la Verità unica e onnicomprensiva e rimane
legata solo ad aspetti di questa, finendo per erigerli a propri idoli;
incomprensione che non inficia però in alcun modo la Verità in sé, che permane
immutabile e alla quale sempre possono accedere quei pochi uomini rimasti di
buona volontà.
René Guénon ha ricordato l’Unità metafisica
che conferisce realtà a ogni Rivelazione, unità simboleggiata in questo mondo
dai legami che ogni forma tradizionale deve necessariamente mantenere con la
Tradizione Primordiale unica. Nello stesso tempo, però, ha ripetutamente
insistito sulla necessità di rispettare la specificità di ogni forma rivelata,
mettendo in guardia da ogni tentativo di ricostituzione formale ed esteriore
dell’Unità perduta. Il ritorno di tutte le forme alla loro unità primordiale
potrà avvenire infatti soltanto al momento escatologico: sempre più spesso,
invece, assistiamo a fenomeni di sincretismo, ovvero ad aberranti fusioni di
simboli e riti appartenenti a tradizioni differenti, compiute per ricercare una
vicinanza tutta mondana e antropomorfica fra uomini dimentichi di ogni
principio realmente trascendente.
L’errore moderno in tutte le sue forme è
sempre riconducibile a una perdita del senso dell’Unità e dell’Eternità, e alla
conseguente illusione di potere prima o poi lasciare alle proprie spalle
definitivamente quella sofferenza e quell’imperfezione che sono invece inerenti
al mondo in quanto tale. L’alternarsi ciclico di periodi più o meno felici, nel
mondo come nella vita di ciascuno, è un fatto di un’evidenza indiscutibile; la
possibilità di una maggiore stabilità anche esistenziale risiede comunque
esclusivamente nel conformarsi dei singoli e delle comunità ai fini
trascendenti. Ogni squilibrio trova il proprio completamento non in un tempo
futuro, ma nell’intemporalità stessa del Principio che lo contiene e da cui
solo il velo dell’illusione cosmica lo tiene separato. La vera Giustizia non
lascia nulla al di fuori di sé: perché farsi ingannare da coloro che in nome di
un vantato progresso promettono un benessere a prezzo del sacrificio di
generazioni passate, presenti o future? Essi immolerebbero, per così dire, la
propria esistenza per vantaggi materiali e contingenti dei quali i posteri
dovrebbero approfittare per la costituzione di una ipotetica società terrena
perfetta. Il primo beneficiario di un vero sacrificio non è forse invece sempre
colui che lo compie, partecipandone gli altri solo di riflesso?
L’opera di
Guénon, come abbiamo detto, ha un’estensione e una profondità senza pari. In
presenza di una testimonianza così eccezionale e, soprattutto, in una fase di
decadimento avanzata come la nostra, si è costretti a riconoscere che ci si
trova di fronte a un caso unico, i cui legami con l’ambiente circostante non
esauriscono affatto la natura trascendente della sua ispirazione, pertanto
irriducibile a qualsiasi grossolana spiegazione sociologica o psicologica.
Considerare non già l’individuo ma la sua funzione spirituale, consapevoli
della sua provvidenzialità, è quindi l’unico modo per tentare di assimilarne
veramente l’insegnamento. Per queste ragioni, chi volesse realmente mettersi
sulle tracce di coloro che continuano oggi a riferirsi fedelmente
all’insegnamento di René Guénon, non è forse necessariamente presso gli
scrittori che si sono ispirati alla sua opera che dovrebbe ricercarle. Con la
sua morte la fase di adattamento dell’espressione della dottrina metafisica
alla mentalità occidentale poteva dirsi conclusa; i problemi che si pongono
sono operativi: quale delle ipotesi sulla possibile sorte dell’Occidente,
formulate da René Guénon nelle opere Orient et Occident e La Crise du Monde
Moderne, presenta maggiori probabilità di attuarsi?[8]
Certo, già diverso tempo prima che René
Guénon morisse, alcuni occidentali, riconosciuta la propria vocazione
metafisica in seguito agli insegnamenti contenuti nei suoi scritti, presero la
via dell’Islâm e furono da lui stesso indirizzati presso lo Shaykh algerino
Ahmad al ‘Alawî,[9] morto a
Mostaganem nel 1934. Fu quindi l’‘Alawiyya la prima confraternita islamica ad
avere nell’Occidente contemporaneo una presenza numericamente rilevante. Primo
frutto dell’insegnamento di Guénon nel mondo occidentale, essa ha permesso una
prima riunione di alcune aspirazioni spirituali sparse, ed è stata di
fondamentale importanza per permettere il costituirsi di un terreno fertile su
cui si potesse esercitare l’azione delle influenze spirituali provenienti
dall’Oriente islamico in Occidente, ma non deve essere assolutamente confusa
con questa azione stessa che non si lascia circoscrivere ad alcuna struttura
esteriore. Il vero frutto deve riguardare l’universalità della dottrina
tradizionale che, lungi dal ricoprirsi di nuovi veli, dovrà apparire in modo
sempre più trasparente, conformemente al detto evangelico: “Non vi è nulla di
nascosto che non debba essere manifestato”.[10]
È questa la direttiva cui si è conformato nel
corso di tutta la sua vita lo Shaykh ‘Abd al Wâhid Pallavicini. Allontanatosi
dall’ambiente troppo letterario e romantico dei guénoniani europei, lo Shaykh
soggiornò a lungo in Oriente, dove portò a compimento quella profonda integrazione
nella Tradizione così come fu realizzata da Guénon e che faceva difetto alla
maggior parte degli occidentali che avevano abbracciato l’Islâm. Sempre in
Oriente ottenne il ricollegamento alla confraternita Ahmadiyyah Idrîsiyyah di
cui in seguito divenne Shaykh. Da questo momento la sua vita spirituale si
intreccia alla storia della confraternita, fondata in Marocco nel XVIII secolo
dallo Shaykh Ahmad ben Idrîs. Questa si è estesa dall’estremo Occidente del
Marocco fino all’estremo Oriente dell’Indonesia – oggi l’area geografica
comprendente il maggior numero di musulmani – della cui islamizzazione è stata
fra i principali artefici. Rifluendo come un’onda marina la confraternita è
ritornata in seguito da Oriente a Occidente grazie allo Shaykh ‘Abd al Wâhid
Pallavicini, il cui insegnamento, scevro da ogni preoccupazione politica o
esteriore in genere, concilia interiormente Metafisica e Rivelazione,
tradizioni estremo orientali e tradizioni abramiche, con lo spirito di
mediazione peculiare dell’Islâm. Secondo la parola del sacro Corano: “A Dio
appartiene l’Oriente e l’Occidente. Egli guida chi vuole su una retta via. Per
questo vi abbiamo istituito quale comunità mediatrice affinché voi siate
testimoni di fronte agli uomini e il Messaggero di Dio sia testimone di fronte
a voi” (Corano, II, 142-143).
Dal momento del
suo ristabilimento in Italia, lo Shaykh è sempre intervenuto ovunque ne avesse
l’occasione per testimoniare quelle verità fondamentali che sole possono
permettere agli uomini di ritrovare il fine della vita e, a coloro che già
dovrebbero possederlo, perché inseriti in una Tradizione ortodossa, di
conservarlo e di potersi intendere anche con coloro che non appartengano alla
stessa confessione religiosa. Una simile intesa è oggi tanto più necessaria, in
quanto differenti tradizioni sono ovunque costrette a convivere; in tale
situazione, l’esclusivismo può portare a conseguenze anche esteriori di una
certa gravità, per non parlare dei rischi del sincretismo o di
quell’indifferenza fideistica e del relativismo religioso che questa convivenza
produce. Lo Shaykh insiste dunque soprattutto sull’intesa fra i figli di
Abramo; un’insistenza pienamente consapevole delle difficoltà pratiche – non di
principio – ma anche consapevole che tale intesa potrà avvenire solo su un
terreno metafisico, essendo i dogmi religiosi irriducibili per definizione,
come lo sono le differenti figure geometriche che pur è possibile tracciare
all’interno dello stesso spazio.
Questi argomenti
saranno ampiamente trattati nel testo; soltanto discretamente si accennerà
invece a una funzione di integrazione che svolgerà l’ultima Rivelazione nel
corso degli avvenimenti escatologici. Tutti gli attacchi che la tradizione
islamica sta subendo, dall’esterno come dall’interno, dipendono proprio dalla
sua maggiore vitalità e dal fatto che essa racchiude ancora in seno il deposito
della spiritualità integrale. Beninteso, quando parliamo di funzione di
integrazione dell’ultima Rivelazione, intendiamo riferirci esclusivamente al
suo aspetto interiore, a quell’“Islâm interiore” cui si è voluto dedicare
questo volume: è certo, infatti, che l’“Islâm esteriore” è a sua volta
intaccato dalla degenerazione degli ultimi tempi, e che l’apparente trionfo
dell’Avversario, nelle vesti dell’Anticristo, non coinvolgerà evidentemente
solo le altre religioni.[11]
In riferimento
alla tradizione cattolica, invece, vorremmo a questo punto ricordare alcune
affermazioni formulate dallo stesso René Guénon più di sessant’anni fa:
Sarebbe
piuttosto paradossale vedere il Cattolicesimo integrale realizzarsi senza il
concorso della Chiesa cattolica, che allora si troverebbe forse nella singolare
posizione di dover accettare di essere difesa, contro i più terribili attacchi
da essa mai subiti, da persone che i suoi dirigenti, o perlomeno coloro che
essa lascia parlare in suo nome, in un primo tempo avrebbero cercato di
squalificare facendoli oggetto delle accuse più infondate. [...] Se si vuole
che le cose non giungano fino a questo punto, è tempo che coloro i quali, per
la loro posizione, hanno le maggiori responsabilità, agiscano con piena
conoscenza di causa e non permettano che tentativi, che possono avere
conseguenze della massima importanza, rischino di essere frustrati
dall’incomprensione o dalla malevolenza di qualche individualità più o meno
subalterna, cosa che già si è verificata e che mostra ancora una volta fino a
qual punto oggi il disordine regni dappertutto.[12]
Nell’ultima
frase René Guénon si riferiva ai propri tentativi; oggi, a più di sessant’anni
di distanza, potrebbe essere stilato un lungo elenco di simili sforzi rimasti
senza risposta, gran parte dei quali compiuti dallo Shaykh ‘Abd al Wâhid
Pallavicini.
Tuttavia, se ci
poniamo da un punto di vista più universale e se torniamo all’immagine
dell’onda marina di cui ci siamo serviti precedentemente, non possiamo non
ricordare anche il simbolo estremo orientale dello Yin-Yang.[13]
Ebbene, alla luce di questo simbolo, nell’espansione in Oriente dello spirito
occidentale e nel simultaneo manifestarsi in Occidente di una seppur
estremamente ridotta presenza di uomini veramente contemplativi, si può
intravedere un vero e proprio “segno dei tempi”.
Lo Shaykh ha sempre ritenuto superfluo
riscrivere ciò che René Guénon aveva già enunciato in una maniera ineguagliabile,
pensando di dover piuttosto mantenere vivo quell’aspetto operativo che
rischiava di venire soffocato da interessi libreschi e accademici: ecco la vera
ragione per presentare queste considerazioni, preparate in occasione di un
contatto diretto con il pubblico. Da parte nostra abbiamo quindi voluto
conservare per quanto possibile le parole stesse dello Shaykh; ciò ha
comportato alcune inevitabili ripetizioni dovute alle esigenze stesse della
testimonianza religiosa. Il libro è suddiviso in cinque capitoli,[14] secondo un ordine che
dovrebbe condurre gradualmente il lettore a partire dai princìpi universali
della spiritualità di ogni tempo fino a discriminare anche su aspetti più
contingenti. L’ultimo capitolo raccoglie alcune interviste rilasciate dallo
Shaykh, per documentare il carattere attuale e operativo delle sue iniziative,
con la speranza che ciò susciti un interesse nella stessa direzione anche in
forze nuove, particolarmente riguardo al progetto della costituzione di un
Centro di informazione sull’Islâm,[15] così necessario in tempi in
cui si alzano vere e proprie cortine fumogene che impediscono una vera
conoscenza di questa Tradizione universale così vicina al Cristianesimo.
[1] La parola araba “Shaykh”
significa in senso lato “vegliardo”, nel senso di “anziano”, “saggio”; viene
però abitualmente usata per indicare il capo dei clan o delle tribù, o i
“dottori della legge” religiosa (‘ullâmun) o, ancora, chiunque sia degno di
rispetto. Tuttavia è solo nel contesto delle confraternite islamiche che questa
parola assume il significato tecnico di “Maestro”.
[2] Utilizziamo l’espressione
“forma tradizionale” per riferirci a tutto quanto presenti un’origine divina,
anche se non rivestito della particolare forma religiosa caratteristica
soprattutto delle tradizioni abramiche.
[3] Per quanto riguarda la
realtà delle confraternite islamiche si rimanda all’intervento specifico
contenuto nel libro
[4] Per vocazioni trascendenti
si intendono quelle che hanno come fine il congiungimento diretto con Dio e non
la sola salvezza dell’anima individuale.
[5] Il nome islamico completo
di René Guénon era ‘Abd al Wâhid Yahyâ: Giovanni (Battista) il servo
dell’Unico.
[6] La confraternita cui era
ricollegato lo Shaykh ‘Abd al Wâhid Yahyâ era la Shâdhîliyyah, quella della
Shaykh ‘Abd al Wâhid, come vedremo, è l’Ahmadiyyah Idrîsiyyah.
[7] Sull’importanza della
conoscenza delle opere di René Guénon in Oriente (tradotte anche in palî e in
urdu) si veda l’interessante saggio di Michel Vâlsan, “L’oeuvre de Guénon en
Orient”, contenuto nel volume L’Islâm et la fonction de René Guénon, Les
Editions de l’Oeuvre, Parigi 1984.
[8] Orient et Occident, Payot,
Parigi 1924; tr. it.: Oriente e Occidente, ed. Studi Tradizionali, Torino 1965;
La Crise du Monde moderne, Edition Bossard, Parigi 1927; tr. it. Edizioni
Mediterranee, Roma 1972 (purtroppo questa edizione risente di numerose
modifiche dovute al traduttore-curatore).
[9] Si veda l’opera di Martin Lings A moslem Saint of the Twentieth
Century, Allen & Unwin, Londra 1961; tr. fr.: Un saint musulman du XX
siècle, Ed. Traditionnelles, Parigi 1967; tr. it. Un santo sufi del XX secolo,
lo Sceicco Ahmad Al-’Alawi, Ed. Mediterranee, Roma 1994.
[10] È naturale che questo non
significa che debba anche essere compresa dalla maggioranza degli uomini che al
contrario sarà sempre più accecata dalle proprie passioni, magari dissimulate
sotto un velo religioso o meglio pseudoreligioso.
[11] Forse sentire parlare della
funzione di integrazione dell’ultima Rivelazione potrà stupire qualcuno; a
chiarimento di ciò basti notare che il Profeta Muhammad è il “Sigillo della
profezia” e che la tradizione islamica, in un certo senso, sintetizza i
messaggi di tutti i Profeti precedenti; il Giudizio stesso è, sotto un certo
aspetto, una sintesi che raccoglie tutto quanto è suscettibile di essere
utilizzato per l’edificazione dei “nuovi cieli e della nuova terra”. Dio solo
conosce però le modalità in cui questa funzione si esplicherà. Si veda anche lo
scritto intitolato “Sanâtana Dharma” nell’opera di René Guénon Etudes sur
l’Hindouisme, Editions Traditionnelles, Paris 1976.
[12] La Crise du Monde moderne, cit., pp. 178-179.
[13] Si veda René Guénon, La
Grande Triade, ed. Adelphi, Milano 19*, cap. IV.
[14] Tale era naturalmente la struttura
della Ia edizione. Ricordiamo anche che il capitolo che raccoglieva le
interviste è stato eliminato già a partire dall’edizione francese. Sulla
struttura del testo si veda anche la Nota editoriale in capo al volume.
[15] Questo Centro è ormai operante dal 1993 con il nome di AIII (Associazione Internazionale per l’Informazione sull’Islâm).