Metafisica e simbolismo[1]

Shaykh ‘Abd al-Wahid Pallavicini

In un discorso rivolto a duecento teologi partecipanti a un congresso internazionale di teologia morale, presso l’Università Lateranense, il Papa notava come la decadenza morale derivi, oltre che dal «male», che agisce sempre più in profondità e in maniera spavalda, soprattutto dal fatto che:

 

“Ogni etica deve fondarsi su una antropologia e questa su una metafisica. La crısi dell’etica è il «test» più evidente della crisi dell’antropologia, crisi dovuta a sua volta al rifiuto di un pensare veramente metafisico. Separare questi tre momenti: quello etico, quello antropologico, quello metafisico è un gravissimo errore, e la storia della cultura contemporanea lo ha tragicamente dimostrato”.

 

Ci siamo permessi di citare le parole della suprema autorità della religione venuta a predominare in Occidente per ribadire la necessità, all’interno di tutte le espressioni religiose, di quella metafisica che non è né orientale né occidentale, in quanto rappresenta proprio l’espressione dei principi archetipi insiti in ogni rivelazione.

È proprio sulla base di questa enunciazione che abbiamo voluto, ospiti del compianto Papa nell’incontro di Assisi del lontano ’86, individuare nella metafisica il punto d’incontro al vertice, dove tutte le nostre fedi possono convergere nel reciproco riconoscimento di quello che il Dalai Lama allora aveva chiamato «il dialogo fra ortodossie», sola base per la ricerca, non solo di una «pace trascendente», ma anche della trascendente verità.

Questa verità trascendente è Dio stesso: Huwa al-æaqq, diciamo noi musulmani, «Egli solo è la Verità», ed Egli solo ci ha rivelato nei messaggi trasmessi a vari popoli in epoche diverse verità non parziali, ma necessariamente relative all’uomo, il quale, nell’accettazione del messaggio a lui indirizzato e nella pratica religiosa che ne consegue, può risalire a quella Verità assoluta che non è enunciabile, ma solo realizzabile nell’unione con Dio stesso.

Ecco dunque la necessità della fusione di questi due aspetti della verità, metafisico e religioso, nell’accezione etimologica del termine, e cioè l’aspetto interiore ed esteriore, non certo contrastanti e opposti, ma complementari. Infatti, non vi può essere vera religione senza una metafisica, e la verifica dell’autenticità della spiritualità più profonda risiede proprio nell’ortodossia religiosa; non vi è inoltre vera pratica rituale se non come anticipazione degli stati metafisici.

Se dovessimo prendere a esempio la preghiera rituale islamica, vedremmo che essa si compone, al di là della previa purificazione – simboleggiata dall’abluzione rituale – e dalla pronuncia liturgica di capitoli coranici recitati nella lingua sacra, di tre momenti gestuali rappresentati dalla posizione eretta, dall’inchino e dalla prosternazione.

La prima ci ricorda la dignità umana, unica nel creato e tendente, nella sua verticalità, a quel Dio del quale solo l’uomo è fatto a somiglianza; il secondo corrisponde a quel piegarsi di fronte alla maestà divina nell’accettazione del destino inteso come volontà di Dio; la prosternazione corrisponde infine all’anticipazione di quello stato di annientamento dell’individuo che si annulla nella coscienza della presenza immanente della Divinità.

Potremmo vedere, in questi tre atteggiamenti, le correlazioni con le posizioni dell’uomo che, anzitutto, si tiene in piedi anche quando il mondo sta crollando, poi si inchina a una volontà che lo trascende e infine si unisce a questa trascendenza nell’annientare se stesso; le lettere arabe che compongono il nome divino di Allåh sono infatti un alif, o «a» rappresentato da un tratto verticale, un lam, o «elle», scritto come la nostra maiuscola, naturalmente da destra a sinistra con un tratto ad angolo retto, e una ha (o «acca» aspirata) finale simile a un cerchio ripiegato su se stesso, proprio a ricordare i tre momenti gestuali della ßalå, la preghiera rituale islamica.

Ecco dunque una rappresentazione di quel simbolo agito, cioè del rito, che porta in se stesso la possibilità di riunire nella gestualità umana l’uomo a Dio, tramite la rappresentazione sacra del Suo Nome e la prefigurazione fisica degli stati dell’essere, da realizzarsi tramite l’interiorizzazione contemplativa della dottrina e degli enunciati dogmatici e sapienziali di cui è richiesta la sperimentazione.

Ecco la congiunzione fra princìpi metafisici e pratica religiosa nella riunione di intenzione e azione, simili ai due frammenti della spada di re Artù: un’elsa che dia la retta direzione a una lama ben affilata nella discriminazione, entrambe inutili l’una senza l’altra, ma insieme parti complementari dell’uomo alla ricerca della propria integrazione.

Ecco la necessità, dopo l’ortodossia, dell’ortoprassi, e cioè della pratica rituale ispirata dalla più sincera vocazione, da una «intenzione», nel senso originario del «tendere verso», anche in tutti i momenti non rituali dell’esistenza e nella piena coscienza della corrispondenza dell’azione esteriore con i simboli dei principi della conoscenza.

La conoscenza è, infatti, lo scopo ultimo di ogni vera religione e della stessa vita umana: la conoscenza della Verità assoluta nell’unione con Dio, fonte di tutto quanto sia mai stato creato, quel Dio «metafisico» che non è né ebreo, né cristiano, né musulmano, ma che solo «è», mentre siamo noi che per essere veramente abbiamo bisogno della religione, dobbiamo essere o ebrei, o cristiani, o musulmani.

 

 

 



[1] Questo intervento è tratto dalla prima edizione del libro «Islam interiore», Mondadori, Milano 1991, p. 141, oggi esaurita. Una nuova edizione del libro è uscita presso il Saggiatore, Milano 2002.