Abramo e il sacrificio dell’io

Intervento pronunciato al Museo Civico di Casale Monferrato in occasione dell’incontro “Abramo, la nascita dell’io”, in chiusura della mostra tenutasi dal 9 al 17 aprile presso il Chiostro di Santa Croce di Casale Monferrato. I relatori erano Mons. Gianantonio Borgonovo, professore di Esegesi e Teologia Biblica alla facoltà Teologica di Milano e Arciprete del Duomo di Milano, professor Vittorio Bendaud, coordinatore del Tribunale Rabbinico del Centro Nord-Italia, Imam Abd al-Razzaq Idris Bergia, responsabile CO.RE.IS. Piemonte. Moderatore Pier Luigi Buscaiolo, direttore de “Il Monferrato”. 

Bismi-Llâhi-r-raHmâni-r-raHîm
Nel nome di Dio il Misericordioso nella trascendenza, il Misericordioso nell’immanenza
Ringrazio tutti i presenti e gli organizzatori per questo momento di incontro fra rappresentanti delle tre rivelazioni che hanno origine nel Patriarca Abramo, Ibrahim in arabo: il dialogo fra le differenti componenti del Monoteismo Abramico non è mai stato così indispensabile come in questi momenti funestati da fondamentalismi e violenze. Abramo è come tutti i Profeti un uomo senza ciò che noi concepiamo come individualità, come “io”, e l’esempio della sua storia sacra rappresenta simbolicamente il passaggio proprio dall’io a Dio. Recita il testo Sacro dell’Islam, il Corano: “Così mostrammo ad Abramo il regno dei cieli e della terra, affinché fosse tra coloro che credono con fermezza” (Surat al An’am, “il Bestiame”, sura sesta, versetto 75). Allah, Iddio, instaura, secondo il Corano, una comunicazione diretta con il Profeta Abramo mostrandogli la totalità del Suo Regno. Alcuni sapienti sostengono che in questa occasione gli furono spalancati i sette Cieli fino al Trono, vide la grandezza di Dio, e si aprirono le sette terre ed egli le contemplò. Poi Iddio gli mostro il suo posto in Paradiso per confermarlo saldamente nella fede. Così mostrammo ad Abramo il Regno dei Cieli e della terra, affinché fosse tra coloro che credono con fermezza: egli era di coloro che “praticano” la certezza della fede, certezza che dipende da una conoscenza e da una visione reale che supera le apparenze e le contingenze del mondo. Dalla stessa Sura di prima citiamo ora il versetto 79: “In tutta sincerità rivolgo il mio volto verso Colui che ha creato i cieli e la terra: e non sono tra coloro che associano”. Se nel primo versetto recitato era Dio a parlare al Profeta Ibrahim, in questo è Abramo a rivolgere il proprio volto verso il suo Signore. L’azione di “volgere il proprio volto” è l’immagine ricorrente nel Libro Sacro con la quale Iddio richiama le Sue creature ad orientare totalmente se stessi verso il proprio Signore. E’ l’immagine che traduce perfettamente la certezza in Dio, l’aspirazione alla conoscenza, la sincera determinazione spirituale, la purezza cristallina della natura primordiale (Fitra) che i Profeti ed i Santi sanno incarnare. Il profeta Abramo è secondo il sacro Corano l’amico intimo di Dio, khalîl-Allah: il suo particolare statuto profetico, la sua totale trasparenza, gli permettono di vedere da vivo l’integrità della creazione, i mondi dell’oltre ed il suo Signore. Ma cosa è che vede il proprio Signore? Il suo “io”? Secondo i Santi e i sapienti musulmani né l’io di Abramo, né quello di nessun altro può vedere l’essenza divina, ma per cercare di  meglio comprendere possiamo farci aiutare da alcuni passi che nella Bibbia e nel Corano parlano di questo Profeta e che in termini simbolici ci raccontano di quel percorso di ritorno a Dio, che per tutti avverrà passivamente dopo la morte ma che per qualcuno, come per i Profeti e per coloro che si votano ad un percorso di conoscenza spirituale può avvenire durante la vita terrena.  Fra questi racconti centrale è quello che parla del sacrificio di Abramo, il sacrificio del figlio. Ecco come il Sacro Corano parla dell’evento, senza menzionare di quale figlio si trattasse, se del profeta Isacco o del profeta Ismaele, dalla sura XXXVII, AsSâffât (I Ranghi), versetti dal 99 al 111:  “Disse: “In verità vado verso il mio Signore, Egli mi guiderà: – Signore, donami un figlio che sia dei buoni!”. E gli demmo la lieta novella di un figlio mite. E quando raggiunse l’età per accompagnare suo padre, questi gli disse: “Figlio mio, mi sono visto in sogno, in procinto di immolarti, cosa credi tu io debba fare”. Rispose: “Padre mio, fai quel che ti è stato ordinato: se Allah vuole, mi troverai paziente”. Quando poi entrambi si sottomisero, e lo ebbe disteso con la fronte a terra, Noi lo chiamammo: “O Abramo, hai realizzato il sogno. Così Noi ricompensiamo quelli che fanno il bene. Questa è davvero una prova evidente”. E lo riscattammo con un sacrificio generoso. Perpetuammo il ricordo di lui nei posteri. Pace su Abramo! Così ricompensiamo coloro che fanno il bene. In verità era uno dei nostri servi credenti.”
Ci aiutano a comprenderne le varie corrispondenze alcune note di Ibrahim Titus Burckhardt presenti nel libro La Sapienza dei Profeti dello Shaykh al Akbar Muhyiddin Ibn ‘Arabi. «Il figlio è il simbolo dell’anima – o della realtà interiore – del suo procreatore; l’immolazione del proprio figlio significa pertanto il sacrificio di se stesso; così come l’ariete è il simbolo dell’anima di Abramo». Dalle parole appena lette si evince che uno dei significati simbolici del Sacrificio di Abramo è il sacrificio della propria concezione di separatezza individuale, in parole più semplici il sacrificio dell’io. Continuiamo sempre con le parole di Burckhardt che ci offre una lettura dei segni divini che appaiono contraddittori ai credenti finché l’esempio profetico non realizza integralmente la prova divina: «Dio, secondo l’interpretazione comune di questa storia sacra, provò Abramo nella fede, non nella conoscenza, e questo significato parrebbe imporsi come il più religioso; …. la prova dipende sempre da una apparente contraddizione delle promesse divine o più genericamente delle rivelazioni divine; chi si pone al di sopra del piano relativo ove appaiono tali contraddizioni, non le subisce più. La prova d’altronde ha appunto lo scopo di far superare l’ambito dei contrasti apparenti. L’ordine di immolare il figlio contraddiceva, nel caso d’Abramo, la promessa di posterità fattagli prima della nascita del fanciullo. La rassegnazione d’Abramo al sacrificio della sua posterità era, in un’altra ottica, la condizione intrinseca per la sacralizzazione di questa….Si noterà che la fede nelle promesse divine, malgrado le loro apparenti oscurità, sostituisce temporaneamente la conoscenza di quanto esse implicano, e ne richiede infine la conclusione». La fede, come l’appartenenza ad una religione, sono una condizione imprescindibile per chi intende avvicinarsi a delle vie di conoscenza, che nell’islam sono rappresentate dalle confraternite del Sufismo, ma anche altre qualificazioni sono imprescindibili per iniziare il cammino verso la realizzazione dello Spirito Divino in noi: innanzitutto l’intenzione, la sincerità della vocazione, la nobiltà spirituale dell’intenzione, l’ampiezza dell’orizzonte intellettuale. Ma l’aspetto centrale della dimensione interiore di una religione è sempre il sacrificio della prospettiva individuale, il sacrificio dell’io, io che si oppone sempre alla vera liberazione dello Spirito, tramite l’attaccamento che ciascun individuo nutre verso le cose relative di questo mondo. E’ in altre parole la lotta tra l’universale e il particolare, lo spirituale e lo psichico, il cuore e la mente, un percorso che porta all’estinzione dell’io in Dio perché finché noi siamo Lui, Iddio non è! Si tratta di partire dal centro della propria individualità per aspirare a trascenderla ed elevarsi alla realizzazione di una Personalità che ci trascende, se Dio vuole. Per compiere questo percorso dall’io a Dio non è sufficiente lo sforzo individuale; il poter compiere tale percorso è un dono della Grazia Divina con cui chi aspira alla Conoscenza cerca di collaborare fattivamente. Tale collaborazione è un combattimento costante che l’aspirante alla conoscenza sa accettare con pazienza, consapevole dell’imperfetta natura umana che deve essere purificata e trasformata, attraverso lo sforzo costante, la concentrazione e la tensione metafisica sempre presenti.  Questo percorso di rinuncia a se stessi e di distacco spirituale non è da intendersi come un avvilimento della propria persona e un annichilimento delle proprie qualità, bensì, come le storie dei Profeti stanno a simboleggiare, si tratta di un’elevazione della natura umana attraverso la sublimazione delle proprie qualità. E’ infatti necessario abbandonare l’illusione che tali qualità siano proprie, dovendo invece essere viste come aspetti della natura divina presenti in noi e, in tale guisa, esse vanno riscoperte e purificate in vista dell’auspicato ricongiungimento in Dio. Tale ricongiungimento è anche chiamato estinzione in Dio, fana biLlah. Essendo l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio, “Ala surati ar Rahman” secondo la forma del Misericordioso come riportato nel Sacro Corano, è per lui possibile seguire un percorso a ritroso che gli permette di ricongiungersi al Principio da cui deriva e realizzare la conoscenza integrale, il vero scopo della vita umana, seguendo l’esempio di Abramo, dei suoi figli Isacco ed Ismaele e degli altri Profeti fino al Sigillo della profezia Muhammad.
Al-salamu alaykum wa rahmatullah wa barakatuh
Che la pace sia su di voi e la misericordia di Dio e le Sue benedizioni