Il dialogo interreligioso a trent’anni da Assisi, risultati e prospettive

Torino

Centro Peirone, Via Mercanti 10 – TORINO

6 ottobre 2016

Imam Idris ‘Abd al-Razzaq Bergia

 

Bismi-Llâhi-r-raHmâni-r-raHîm

Nel nome di Dio il Misericordioso nella trascendenza, il Misericordioso nell’immanenza

Per prima cosa vorrei ringraziare il Centro Peirone, in particolare l’amico Don Tino Negri, per l’organizzazione di questo incontro, saluto inoltre con piacere l’amico di vecchia data della Coreis il Rabbino Capo di Torino Rav Ariel Di Porto e lo ringrazio per l’adesione sua e della Comunità Ebraica Torinese.

Ma veniamo alla questione del dialogo fra le religioni, è importante innanzi tutto rifarci alle fonti, il Sacro Corano è ricco di indicazioni precise riguardo all’argomento, e i sapienti musulmani sono tutti d’accordo nel riconoscere la validità imprescindibile per ogni buon musulmano delle citazioni che ora vi riporto:

“Dialogate con belle maniere con le genti della Scrittura, eccetto quelli di loro che sono ingiusti. Dite loro: “Crediamo in quello che è stato fatto scendere su di noi e in quello che è stato fatto scendere su di voi, il nostro Dio e il vostro sono lo stesso Dio ed è a Lui che ci sottomettiamo” Corano XXIX,46

L’slam non abroga nessuna rivelazione precedente, infatti nel testo sacro Iddio afferma che “ha fatto discendere il Corano a conferma dei messaggi precedenti” Corano III,3. È su tale base coranica che noi musulmani ci predisponiamo al dialogo con le “genti del Libro”. Apro una breve parentesi per spiegare il senso di questo termine, nel Sacro Corano “Genti del Libro”, Ahl al-Kitāb, è riferito ai fedeli delle religioni che fanno riferimento ai testi di origine divina: la Tōrāh per gli ebrei e i Vangeli per i cristiani. Durante il califfato Omayyade (661-750 d.C.), quando l’Islam arrivò anche in India, i buddhisti e gli indù chiesero che fosse loro concesso di mantenere la libertà di religione, che ottennero con quello che è ancora oggi noto come il “Concordato di Brahmanabad,” che dichiara anche i buddhisti e gli indù “Genti del Libro.”

Dal Sacro Corano il buon musulmano trae la piena coscienza della validità salvifica delle precedenti rivelazioni:

“O genti del Libro, non avrete basi sicure finché non obbedirete alla Torah e al Vangelo e a quello che è stato fatto scendere su di voi da parte del vostro Signore” Corano V,68.

Nonché la coscienza delle differenze che esistono fra le nostre fedi:

“E Noi ti abbiamo fatto discendere il Libro secondo verità, a conferma delle Scritture precedenti e a loro protezione. Giudica quindi tra essi sulla base di ciò che Dio ha rivelato e non seguire le loro passioni, allontanandoti dalla verità che ti è giunta. A ciascuno di voi abbiamo donato una regola e una via, mentre se Dio avesse voluto avrebbe fatto di voi una comunità unica; ma così non fece, per provarvi con ciò che vi ha donato. Gareggiate dunque nelle opere buone; voi tutti ritornerete a Lui, ed Egli allora vi informerà riguardo alle vostre differenze” Corano V, 48.

Il riconoscimento della validità salvifica delle altre religioni è quindi contenuto nella Rivelazione stessa dell’Islam e fa parte della sua natura essenziale. Questo punto dovrebbe essere condiviso da tutti i religiosi delle diverse fedi per poter affrontare un dialogo che non sia solo di facciata, in quanto quale dialogo vi può essere fra qualcuno che si ritiene depositario di una Verità unica di cui le altre rivelazioni sarebbero solo un pallido riverbero?

Sulla base delle citazioni coraniche esposte possiamo dire che per i buoni musulmani, la vicinanza delle tre religioni del Monoteismo abramico deve essere riconosciuta per quello che è: una Grazia di cui gli uomini e le donne contemporanei musulmani, ma anche cristiani ed ebrei, dovrebbero essere più coscienti.

Ne consegue che se questa vicinanza è una grazia non è in nessun modo possibile mettere in competizione le religioni, se non gareggiando nelle buone opere, come esorta il Corano nel versetto già citato. Ma bisogna essere consapevoli che l’esistenza stessa di Ebraismo, Cristianesimo e Islam, con le loro differenti teologie, è un segno evidente della Misericordia divina.

Questa misericordia e questa grazia divine furono riconosciute da San Francesco d’Assisi e dal Sultano Malik al-Kamil durante il loro celebre incontro, a Damietta d’Egitto, nel 1219. E sempre esse ispirarono l’accordo su Gerusalemme, quale epilogo dell’unica crociata pacifica (la sesta) della storia nel 1228, fra lo stesso Sultano Malik al-Kamil e l’Imperatore Federico II.

E proprio la corte di Federico II insieme all’Andalusia prima della reconquista sono stati esempi luminosi di convivenza pacifica in cui ebrei, musulmani e cristiani hanno vissuto momenti di fratellanza in Dio in cui il dialogo interreligioso stesso taceva per lasciare spazio ad un monologo divino.

Ma veniamo al dialogo interreligioso ai nostri giorni diciamo post 11 Settembre, quel momento di incommensurabile tragicità, ha dato paradossalmente l’occasione per l’Islam autentico di reagire all’assedio dei movimenti radicali e violenti che nel corso del XX secolo hanno cercato di limitarne ed alterarne la portata spirituale e il patrimonio sapienziale. Le iniziative di dialogo interreligioso e di denuncia del fondamentalismo, argomenti che sono imprescindibilmente legati in questo momento storico, sono innumerevoli, sia a livello nazionale che internazionale e la Coreis partecipa come parte attiva, spesso come ente promotore ad esse, iniziative a diverso livello, dal dialogo interreligioso con le altre tradizioni religiose, al dialogo intrareligioso, per esempio la Coreis è fra le comunità islamiche che a Torino hanno firmato il Patto di condivisione, che comporta diritti e doveri, con il Comune della Città.

Inoltre la Coreis negli anni è stata parte attiva in innumerevoli iniziative istituzionali, da parte delle massime autorità religiose musulmane, spesso anche di concerto con autorità di altre fedi religiose, iniziative che condannano e ripudiano con forza le opere di violenza e di sopraffazione compiute nel mondo dai diversi gruppi fondamentalisti, invitando al dialogo costruttivo e di pace le differenti fedi religiose. Fra i sapienti che hanno redatto questi documenti figura sempre l’imam Yahya Pallavicini Presidente della Coreis, un sapiente italiano riconosciuto a livello mondiale ed anche altri membri della Coreis.

Fra questi vari documenti vale la pena di ricordare il “Messaggio di Amman” del 2004, la “Lettera aperta a Sua Santità Papa Benedetto XVI” del 2006, ma il testo più importante è probabilmente “Una Parola comune tra noi e voi” formulato da ben 138 sapienti e guide religiose islamiche rivolto alle diverse confessioni cristiane nel mondo e di cui il Presidente della Coreis, l’imam Yahya Pallavicini, è uno dei firmatari e parte anche del gruppo più ristretto che segue il coordinamento del Forum Cristiano-Islamico dal 2008. L’iniziativa A Common Word ha rappresentato un’occasione per manifestare un aspetto del mondo islamico, quello del consesso e del consenso dei sapienti, del quale il mondo occidentale sembra non essere mai stato consapevole.

La rapida sintonia e capacità di coordinamento internazionale per traduzioni, commissioni di lavoro in vista dei diversi incontri, ulteriori ricerche di consenso unanime per i passi che man mano il moltiplicarsi delle risposte e delle iniziative richiedeva, ha potuto mostrare al mondo un esempio concreto di un metodo tradizionale di cooperazione tra le diverse “anime” dell’Islam ben diverso da quella pretesa di omologazione al ribasso, che le correnti radicali vorrebbero invece imporre alla comunità islamica mondiale.

Un senso sottinteso della lettera A Common Word, che emerge chiaramente alla lettura, è proprio il riconoscimento – da parte dei firmatari musulmani – della piena dignità del Cristianesimo come religione. I Cristiani non vengono interpellati nelle loro vesti specifiche dell’una o dell’altra confessione; secondo un gusto e un metodo squisitamente islamici, i firmatari si rivolgono ai loro interlocutori sulla base del deposito sacro (nella lingua sacra dell’arabo: amanah) che essi hanno ricevuto in custodia. E’ in quest’ottica che va visto il riferimento continuo ai testi sacri, senza concessioni alla disquisizione teologica. Alcuni argomenti dottrinali focalizzati nel testo sarebbe conveniente che diventassero temi di discussione, almeno per la formazione al dialogo delle guide pastorali delle diverse confessioni. Vediamone alcuni principali:

A) Unità di Dio. Tale concetto trova espressione, per quanto riguarda l’Islam, in due diversi Nomi tra i “novantanove più bei nomi” di Allah, Al Wahid, l’Unico e Al Ahad, l’Uno. E’ importante sottolineare che parlare dell’unità di Dio non significa affatto mettere in discussione il mistero della Trinità: quest’ultimo infatti parte anch’esso dal principio unitario quando afferma che Dio è “Uno e Trino”. D’altra parte il Credo cristiano comincia con la formula “Credo in Unum Deum” e il primo dei comandamenti del Sinai è altrettanto lapidario, addirittura nell’attestare l’assoluta unità metafisica di Dio. E’ Dio stesso infatti che si presenta a Mosè dicendogli “Io sono Colui che Sono”, attestando quindi la propria totale apofaticità rispetto a ciò che nel mondo può venire espresso a Suo riguardo.

B) Islam. Inteso come “sottomissione alla volontà di Dio”. E’ importante in quanto il versetto coranico centrale nella lettera, da cui quest’ultima prende il titolo, si conclude con le parole “testimoniate che noi siamo sottomessi” [muslimun – lo stesso termine che nel linguaggio corrente diventa “musulmani”]. Si tratta di chiarire il senso di questa sottomissione di cui per i musulmani, il modello è il Profeta Muhammad; così come il Cristo lo è per i cristiani nel disporsi consapevolmente al proprio sacrificio con le parole “sia fatta non la mia ma la Tua volontà” Lc 22,42. Così nel principio dell’affidamento fiducioso a Dio (tawakkul) e nella sottomissione alla Sua volontà si possono scoprire vicini i modelli di comportamento e di azione delle due religioni.

C) La sequenza profetica. «Il Sacro Corano ricorda una lunga catena di profeti e inviati da Adamo fino a Muhammad, i quali, fedeli a quell’unica Verità che è Dio Stesso, sono stati lo strumento provvidenziale attraverso cui Egli ha adattato per tempi, luoghi e popoli differenti, quell’unica Tradizione primordiale il cui contenuto è: lâ ilâha illâ Allâh, «non c’è dio se non Iddio», l’Unico e lo Stesso per tutti. Tali adattamenti, che non vanno intesi come impoverimenti o, peggio, tradimenti della Verità, non sono altro che il succedersi delle Rivelazioni, per richiamare gli uomini all’adorazione dell’Unico Dio: “Ad ogni comunità inviammo un profeta che dicesse: ‘Adorate Iddio e fuggite gli idoli!’ ” Corano XVI, 36. E tali rivelazioni sono tutte riconosciute e confermate nella loro validità da quella che ne è il sigillo (khatm), l’Islam, come Sigillo della Profezia è Muhammad. La Tradizione è dunque unica, come la Verità stessa da cui proviene e alla quale conduce, ma sono differenti le «forme tradizionali» delle quali essa di volta in volta si riveste, forme che saranno sì tutte «vere», ma anche «relative», rispetto all’Assoluto che è solo Dio, Huwa-l-Haqq, Lui è la Verità.

Per ritornare agli esempi concreti di dialogo citiamo, la dichiarazione di Vienna del 2014 “Guide religiose cristiane e musulmane unite per denunciare l’ISIS e le violenze in Iraq ed in Siria”, la dichiarazione di Abu Dhabi dello stesso anno “Rifiutare l’estremismo religioso violento e promuovere un benessere condiviso”.

Nel Gennaio di quest’anno, è stato il re del Marocco, Muhammad VI, a prendere una forte posizione contro la persecuzione delle minoranze religiose in alcuni paesi islamici ed a favore del dialogo nell’ambito di un importante congresso proprio su questo tema, svoltosi a Marrakesh alla presenza di delegati delle varie chiese cristiane e dell’ebraismo. Il suo messaggio parte proprio dall’esperienza storica del suo paese, dove gli appartenenti alle differenti tradizioni ortodosse non sono mai state private dei propri diritti, e, riferendosi proprio alle cronache contemporanee, dice:

“Noi non accettiamo in alcun modo che una tale negazione di diritti possa essere commessa in nome dell’Islam o da parte di un musulmano qualunque”, ricordando che è proprio il Profeta Muhammad a raccomandare di essere solidali verso ebrei e cristiani, richiamando alla “necessità di una cooperazione urgente ed ineludibile tra i seguaci di tutte le religioni”, che è ciò che deve caratterizzare lo sforzo e l’impegno di tutti noi.

Per quanto riguarda il dialogo con l’Ebraismo la Coreis Italiana mantiene da anni ottimi rapporti con l’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche in Italia). La collaborazione fra le due organizzazioni è cominciata durante il mandato della presidente Tullia Zevi, proseguita con il presidente Amos Luzzatto e si è sviluppata a livello internazionale con il presidente Renzo Gattegna, con rapporti consolidati con l’Assemblea del Rabbinato d’Italia e il Consiglio dei Rabbini Europei, segno di una storia di fratellanza in Abramo. Un percorso che ha portato la CO.RE.IS. a partecipare, come unica rappresentanza islamica italiana, ai tre incontri mondiali di Imam e Rabbini per la Pace, l’ultimo dei quali si è tenuto a Parigi alla fine del 2008 all’interno del programma interreligioso dell’UNESCO. Nello stesso spirito di fratellanza e collaborazione la CO.RE.IS. ha realizzato in Italia il ciclo di incontri Imam e Rabbini italiani in dialogo, svoltosi fra il 2007 e il 2008 in sei città italiane in collaborazione con l’Assemblea Rabbinica d’Italia.

All’inizio di settembre la nuova presidente dell’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) Noemi Di Segni e il nuovo presidente della COREIS (Comunità Religiosa Islamica) Italiana, imam Yahya Pallavicini si sono incontrati a Roma.

Si è trattato di uno dei primi incontri ufficiali della neoeletta presidente Di Segni con la volontà di continuare su progetti di collaborazione e dialogo “dialogo non fine a se stesso ma orientato a frutti e benefici nel concreto della complessa realtà sociale attuale che, come minoranze religiose in Europa, viviamo”.

L’imam Yahya Pallavicini ha avuto occasione, nella sua altra veste di direttore per il dialogo interreligioso del Centro Islamico Culturale d’Italia, di trasmettere l’auspicio di organizzare per l’anno venturo una visita ufficiale della presidente dell’UCEI alla Grande Moschea di Roma.

Per concludere crediamo sia opportuno ricordare che questo periodo è, secondo i sapienti musulmani, il periodo della Rahma, della misericordia, ed è il periodo che precede gli eventi escatologici, l’avvento dell’anticristo e la vittoria finale del bene con l’avvento di colui che per cristiani e musulmani sarà il Cristo, per gli ebrei il Messia, per i buddisti il Buddha Maitreya, per gli indù il Kalki Avatara, ma che per un mistero che solo Dio conosce sarà, la stessa persona.

Questo periodo di grande confusione è comunque il periodo della Rahma un periodo, secondo la tradizione islamica, in cui Dio è particolarmente vicino agli uomini anche se la maggioranza di loro si è totalmente dimenticato di Lui, della religione e delle pratiche necessarie per ricondurre le creature al Creatore, ma questa dimenticanza umana non intacca la verità di una particolare vicinanza di Dio all’uomo. Ma c’è il pericolo concreto per molti di perdere il concetto stesso di verità e c’è il rischio di farsi della verità una concezione personale, a proprio uso e consumo.

Solo Dio è la Verità, Huwa-l-Haqq, e ai nostri giorni la perdita da parte degli uomini di una dimensione spirituale fa credere a tutto tranne che alla Verità. Il rischio è quello di smarrire il discernimento tra il Bene e il Male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Gli Ahadith del Profeta Muhammad ed altre tradizioni ortodosse parlano di questi tempi, come di tempi in cui verrà presentata un’immagine del paradiso che in realtà sarà l’inferno e un’immagine dell’inferno che in realtà sarà il paradiso, di un tempo in cui gli stolti saranno stimati come saggi mentre i sapienti autentici, i conoscitori di Dio, i santi, saranno considerati folli.

Ci pare evidente come in questi anni il dialogo interreligioso assuma una importanza particolare anzi potremmo definirla fondamentale. In questo periodo è più che mai necessario per i veri fedeli, per i veri credenti in Dio di riconoscersi, sostenersi ed aiutarsi reciprocamente per riconoscere la Verità, che per noi musulmani è Dio stesso, per difendersi dalle orde di Gog e Magog scatenate come non mai, dalle forze scatenate dell’avversario che sono riuscite a mettere in contrapposizione i fedeli delle diverse religioni ed anche a dividere i fedeli all’interno delle singole religioni, È il momento in cui, come ci dice il Vangelo Secondo Matteo, sarebbero corrotti anche gli eletti se ciò fosse possibile.

Senza nessuna presunzione e senza crederci gli eletti ma con timor di Dio e Pietà spirituale preghiamo e dialoghiamo per aiutarci a discernere il bene dal male perché Dio ha creato l’uomo secondo la Sua immagine, secondo la forma del Misericordioso, “Ala surati ar Rahman”, Allah, Iddio non ha detto di aver creato l’ebreo, il cristiano o il musulmano secondo la Sua Forma. Questo principio, che rende l’umanità unita e che è l’opposto dell’esclusivismo religioso ci guidi alla fratellanza in Dio e ci aiuti ad essere fra quelli che non saranno corrotti che non seguiranno le illusioni dell’anticristo ma che saranno in grado di riconoscere nel loro cuore la presenza pacificante di Dio e sapranno seguire colui che alla fine dei tempi scenderà per sconfiggere le forze del male alla fine di un mondo, non del mondo, per far entrare l’umanità in un nuovo mondo.

Al-salamu alaykum wa rahmatullah wa barakatuh
Che la pace sia su di voi e la misericordia di Dio e le Sue benedizioni

Imam Idris ‘Abd al-Razzaq Bergia