L’ Italia e il Mediterraneo: sicurezza e cooperazione in prospettiva europea

Roma

Roma 28 marzo 2015 – Università Luiss Guido Carli

Workshop: Italia e mondo arabo, quanto condividono?
Quali ponti da costruire per trovare un terreno comune?

Yahya Abd al‐Ahad Zanolo
COREIS (Comunità Religiosa Islamica) Italiana

Italia e mondo arabo, Occidente e Oriente, noi e loro: esiste forse una sola e monolitica identità italiano occidentale da rapportare ad una arabo orientale? Queste civiltà si sono per millenni reciprocamente arricchite e plasmate grazie ad una continua dinamica tra unità e diversità, al loro interno e fra di esse, come le figure di un caleidoscopio che, ruotando, si congiungono le une alle altre pur mantenendo una propria identità incostante trasformazione. Anche gli storici musulmani si sono basati su questo principio metafisico che muove  dalla qualità divina wahidiyya, Unità di Dio, il Quale include in Se Stesso la molteplicità pur senza venirne  condizionato,  così  come  tutte  le  scienze  tradizionali  –  da  quelle  naturali,  mediche,  sociali,  storiche, matematiche, giuridiche, filosofiche e teologiche – sono in gradi diversi analoghe e si rifanno alla scienza  suprema dell’Unità, ‘ilm al‐Tawhid, come nelle immagini dei frattali.

Per gli storici musulmani questa dinamica tra unità e diversità è alla base anche del flusso storico, secondo il  principio del kanun al-mutabaka “conformità alla realtà” di cui parla Ibn Khaldun, fondatore della storiografia  islamica, nella Muqaddima, l’Introduzione alla Storia Universale. Lo stesso mondo arabo nella sponda sud del  Mediterraneo, dall’avvento dell’Islam, è stato plasmato negli ultimi 14 secoli da questa dinamica tra identità  etniche berbere e arabe, ma anche persiane, turche ed europee (dalla Spagna) che si sono fuse e avvicendate,  pur nella costanza di un riferimento comune alla stessa religione e visione del mondo illuminata dagli stessi  testi sacri, il Corano e la Sunna.

La civiltà islamica, anche nel nord Africa, è stata infatti fin dai primi decenni  intrinsecamente interculturale – con un dialogo costante tra elementi arabi, persiani, bizantini, centro asiatici,  indiani e turchi, che viaggiavano senza soluzione di continuità per migliaia di chilometri dalle steppe del centro  Asia fino al nord della Spagna – ma anche interreligiosa, favorendo la presenza di ebrei e cristiani a tutti gli strati  sociali; non solo nei due esempi eccellenti della Sicilia e dell’Andalusia, dato che le Genti del Libro non  musulmane diventavano in molte occasioni anche capi militari, sapienti o medici e consiglieri personali dei  califfi omayyadi, abbasidi, ottomani e dei sultani indiani moghul. Questa tradizione di apertura ecumenica  profondamente intrinseca all’Islam è ben visibile ancora oggi in alcune monarchie del mondo islamico di origine  profetica come quella del Marocco, dove uno dei più vicini consiglieri di Re Muhammad VI è un ebreo berbero  marocchino, André Azoulay, che abbiamo avuto l’onore di ospitare nella nostra moschea Al‐Wahid a Milano.  Dall’altro lato, da quando possiamo parlare di una ben delineabile identità italiano‐occidentale? Forse dalla  creazione degli stati nazionali? O non è forse stata anche la nostra penisola, come l’Europa nel suo insieme, un  continuo trasformarsi di unità e diversità culturali, etniche e politiche? Se un tratto comune identitario poteva  essere fino a circa un secolo fa la religione, oggi con l’affermazione del secolarismo e la scomparsa degli stati  confessionali in Occidente così come in Nord Africa e nella quasi totalità del mondo islamico (dopo la fine del  califfato ottomano, l’ultimo autentico ortodosso e universalmente riconosciuto dalla umma), contrapporre il  monolite cristiano‐occidentale a quello islamico‐arabo‐orientale rischia di essere riduttivo, se non astorico o  propagandistico.

Negli ultimi decenni abbiamo allora assistito da una parte alla costruzione letteraria di un’identità occidentalegreco‐cristiana‐razionale‐democratica‐laica‐secolarizzata‐culturizzata‐evoluta  e  dall’altra  di  una  orientalearabo‐islamica‐irrazionale‐violenta‐teocratica‐primitiva. Oppure di riflesso, ma sempre con lo stesso metodo,  viene diffusa l’idea di un monolitico mondo occidentale‐decaduto‐miscredente‐colonialista‐guerrafondaio da  combattere. Per quanto irreali e astorici questi facili schematismi possano sembrare, in realtà la quasi totalità  delle argomentazioni, degli editoriali, fino anche ad alcuni studi, cercano – da una parte e dall’altra ‐ di far rientrare forzatamente ogni ragionamento e fenomeno in due insiemi orizzontalmente contrapposti. A questi  due insiemi di aggettivi ne vengono aggiunti alla fine due: bene e male.  Insegnano tuttavia i sapienti dell’Islam come la relazione dinamica e complessa tra unità e diversità non  coincida con la differenza tra bene e male, che pure esiste e deve essere ricercata e conosciuta dal credente  anche quando i contorni sembrano assottigliarsi e confondersi. Identificare se stessi come “bene” e tutto ciò  che è diverso da me come “male”, costruendo ad arte identità monolitiche che vanno contro la realtà, contro  la storia e soprattutto contro l’intelligenza, costituisce il grave errore su cui si fonda l’idea di uno scontro di  civiltà che dalla propaganda sui libri e internet passa poi alla tragica realtà. Questo metodo riduttivo proprio di  ogni fondamentalismo si basa sulla costruzione da “spot elettorale di identità che, proprio in virtù della loro  arbitrarietà e della loro artificiosità, non possono non rivolgersi in modo distruttivo verso quel passato storico,  artistico, ideale e spirituale sul quale invece pretenderebbero illegittimamente di fondarsi: oltre ai musei d’arte,  da molti anni in molti paesi come il Pakistan, l’Afghanistan, l’Iraq, il Sudan, la Siria o la Tunisia i terroristi radono  al  suolo  infatti  anche  le  più  antiche  moschee  e  soprattutto  le  tombe  dei  santi  musulmani che hanno testimoniato nella loro vita e nei loro insegnamenti l’universalità della scienza metafisica e al contempo la  ricchezza artistica, letteraria, scientifica, sapienziale e spirituale della civiltà islamica. Prima ancora forse che  concentrarci  quasi  esclusivamente  sulle  strategie  politiche,  sociali  e  militari – per  quanto  necessarie – dovremmo allora stare attenti a non cadere nello stesso errore metodologico di fare una sorta di “check‐list” a  chi vive in altri luoghi della terra per definire in modo sbrigativo se è buono o cattivo, proprio come nei film,  usando categorie e aggettivi di cui spesso nemmeno chi li usa ricorda la vera origine o significato come  democrazia, eredità filosofica greca o pensiero razionale.

Ad esempio chi vi parla è musulmano italiano e appartiene ad un gruppo di prima generazione di musulmani  europei ed ecumenici che cercano di riscoprire e testimoniare un altro metodo di approccio alle sfide che il  mondo interculturale e interreligioso di oggi propone, un metodo da sempre praticato dalla sapienza islamica  nelle opere di grandi santi e maestri come Ibn al‐Arabi, Al‐Ghazali, Jalal ad Din Rumi o lo Shaykh Abd al‐Wahid  Yahya. Questi sapienti che sono tuttora dei fari per ogni musulmano hanno richiamato alla necessità sempre  attuale di realizzare una funzione universale di richiamo agli occidentali e agli orientali, ai musulmani e ai non  musulmani, verso quella sensibilità per l’universalità della conoscenza che favorisce un’indispensabile funzione  mediatrice, propria all’essenza stessa dell’Islam come “religione del mezzo”, e rappresentativa della sintesi tra  tradizione e attualità dell’Oriente e dell’Occidente.  Solo attraverso questa chiave di lettura aperta all’universale e all’ecumenismo è possibile veramente valorizzare  le identità e le diversità per quello che sono, distinguendo soprattutto le diversità dalle derive. Senza questa  apertura intellettuale si continuerà infatti a voler raggruppare tutte le deviazioni nello stesso gruppo di ciò che  è semplicemente altro da me, o meglio dall’idea di me stesso, di Italia, Europa o dell’Occidente. Ma voler  confondere la “deriva” con quella che è invece la “rotta principale” da cui essa devia consiste in un errore  metodologico che può portare a conseguenze molto gravi. Sarebbe come definire il totalitarismo come una  forma di democrazia per il semplice fatto che alcune dittature sono nate nel secolo scorso da stati democratici;  oppure credere che la malattia sia una forma di salute per il fatto che essa nasce da un precedente stato di  salute; oppure definire gli attuali fondamentalismi come una forma, per quanto violenta, dell’Islam.

Ma il male  ben si distingue dal bene e “la retta via ben si distingue dall’errore”! Compito allora del mondo intellettuale e  istituzionale nel mondo islamico e al di fuori di esso è quello di avere il coraggio di delegittimare ogni velleità  da parte dei fondamentalisti di essere dei sedicenti rappresentanti religiosi che usano questa confusione tra  bene e male, tra autentico e contraffatto, tra Islam e ideologia del terrore come base ideologica per i loro  proseliti che fanno presa sui sentimenti panarabi post‐coloniali e, soprattutto, post‐primavere arabe. La differenza allora non è più tra noi e loro, tra Occidente e Islam, se mai potesse essercene una, bensì tra Verità  e falsità, tra Autenticità e sua contraffazione.  Occorre infatti distinguere quelle che nel mondo islamico sono le diversità da sempre esistite tra gruppi etnici,  linguistici, dottrinali che rientrano all’interno dell’ortodossia e le deviazioni fondamentaliste che – spesso come  i loro nemici ‐ adottano il metodo semplicistico di rimozione della complessità per creare facili identità  attraverso le quali millantano un “ritorno alle origini” verso una rinnovata purezza (in arabo salaf, da cui  salafismo), concetti che ritroviamo in tutti i movimenti totalitari in Occidente come in Oriente.  Il richiamo invece all’universalità e alla natura ecumenica dell’Islam apre alla ricchezza delle forme senza  scadere nel relativismo, apre all’unità trascendente dei principi comuni senza scadere nell’inclusivismo che  accetta tutte le differenze per poi annullarle sotto una sola identità, apre infine alla conoscenza dell’identità di  ciascuno senza scadere nell’esclusivismo che impone la superiorità della propria sulle altre.

Egli ha stabilito per voi, nella religione, la stessa via che aveva raccomandato a Noè, quella che riveliamo a te e  che imponemmo ad Abramo, a Mosè e a Gesù: «Assolvete al culto e non dividetevi in sétte». Ciò a cui li inviti è  invero gravoso per gli associatori: Allah sceglie e avvicina a Sé chi vuole e a Sé guida chi Gli si rivolge pentito.  L’ecumenismo che è a fondamento di parte della dottrina islamica si basa anch’esso su questo rapporto  dinamico tra identità e diversità, tra il richiamo all’assolutezza dell’unico Dio – che secondo il Corano ha rivelato  tutte le religioni – e alla naturale diversità tra le dottrine sacre, i popoli e le culture.

Volendo richiamare ad  un’immagine usata da un sapiente musulmano sufi contemporaneo di origine francese come lo Shaykh Abd alWahid Yahya René Guénon, l’universo può essere simboleggiato da una croce che oltre alle dimensioni della  verticalità e orizzontalità abbia anche quella della profondità. Questa croce, oltre ad essere a tre dimensioni,  secondo alcuni sapienti musulmani di una via contemplativa dell’Islam deve essere intesa anche in costante  rotazione, secondo il mistero della scienza divina che sottostà ai cicli cosmici e storici. Voler misconoscere  questa complessità e profondità, dimenticare che esiste una terza dimensione dello spirito equivale a ridurre  tutto ad uno scontro orizzontale che per definizione non può mai avere fine tra due fazioni, razionalità ed  emotività, noi e loro, Oriente e Occidente, materia e psiche, dimenticando quelle che sono in realtà le vere  radici spirituali da cui tutte le religioni e le civiltà nascono e si nutrono.  La riscoperta dell’universalità dell’Islam e dell’Intelletto, della naturale interculturalità e interreligiosità porta a  riscoprire quanto nel passato le civiltà sia siano influenzate con una rete di sapienti ebrei, cristiani e musulmani  che non solo alle corti andaluse o palermitane, ma anche a Fez, Qayrawan, il Cairo, Damasco, Istanbul, Baghdad,  Samarcanda o Delhi condivideva lo stesso “background” di sapienza metafisica. Una riscoperta che non deve  rimanere tra i dibattiti eruditi accademici, bensì illuminare anche il presente, favorendo un lavoro intelligente  che i maestri chiamano la scienza sacra di “legare e sciogliere”: legare ciò che porta a maggiore coesione e  armonia e slegare le false identità. In altre parole sciogliere ciò che non può essere unito, come il vero e il falso,  e riconoscere la ricchezza delle vere diversità che, secondo una tradizione profetica, sono una “benedizione”,  anche quelle tra le diverse sponde del nostro Mediterraneo.

Yahya Abd al‐Ahad Zanolo
COREIS (Comunità Religiosa Islamica) Italiana