Shaykh 'Abd al Wahid Yahya
(René Guénon)


René Guénon al Cairo nel 1950

INTRODUZIONE
(a cura del Centro Studi Metafisici di Milano)

INCONTRO FRA GENIO E SANTITA'
(Shaykh 'Abd al Wahid Pallavicini)

BIOGRAFIA E OPERE

Introduzione
(a cura del Centro Studi Metafisici di Milano)

La situazione dell’Occidente verso la fine del secolo scorso presentava già visibili i segni dell’imbarbarimento cui assistiamo oggi e non differiva, se non apparentemente, da quella di ogni altro popolo che fosse precipitato nel corso della propria storia in quello stato di anarchia che fa seguito all’oblio delle verità fondamentali. L’idolatria della ragione cominciava a cedere pericolosamente il passo a forme ancora peggiori quali il teosofismo e lo spiritismo, e in generale la pseudospiritualità offriva una gamma di possibilità atte a ingannare “persino gli eletti se ciò fosse possibile”. Quel che era rimasto di organizzazioni autenticamente tradizionali come la Massoneria confermava il detto corruptio optimi pessima e rischiava, con il suo stesso confondersi a organizzazioni pseudotradizionali, di divenire più pericoloso di quelle stesse. Da parte sua la Chiesa Cattolica risentiva fortemente degli attacchi del modernismo. In questa situazione la presenza di René Guénon risultò veramente provvidenziale: la sua sola opera scritta, di un’estensione e profondità senza pari, lo dimostra, recando in sé un sigillo divino che qualsiasi intelligenza sana non può evitare di riconoscere.

 Fin da giovane, chiamato a una funzione eccezionale, egli penetrò in tutte le organizzazioni, tradizionali – o sedicenti tali – presenti in Occidente e ne verificò direttamente l’ortodossia intellettuale e la regolarità operativa o rituale, fornendo nei propri scritti un quadro delle possibilità spirituali realmente esistenti che a tutt’oggi permette a molti occidentali, ma anche a molti orientali [1], di ritrovare la vera via della Tradizione in questa “selva oscura” di crescente confusione e pseudospiritualità.

 In questi tempi si è infatti completamente dimenticato che Verità e Tradizione designano due aspetti della stessa Realtà e che sono pressoché sinonimi, fino a disconoscere la Verità stessa e a non darsi più pena di vivere conformemente a essa. Si è voluto concepire la Verità come astratta, soggettiva e mutevole, laddove essa è invece, per definizione, concreta, oggettiva, immutabile, dovendo essere, per sua stessa natura, onnicomprensiva. Riconoscere ciò significa riconoscere la necessità della Tradizione, non essendo questa altro che la trasmissione di un insegnamento non-umano operata di generazione in generazione da parte di uomini consacrati. D’altronde, l’illusione del relativismo ha raggiunto negli ultimi secoli in Occidente un livello mai toccato in nessun altro luogo e tempo, ed è stata aggravata dallo stordimento provocato negli occidentali, ormai sradicati dalla propria Tradizione, dal contatto con le altre civiltà. L’opera di René Guénon è venuta allora a ricordare come, al di là dei veli delle differenti forme, credenze, dogmi e riti, si dissimuli la stessa Verità, così come gli stessi concetti possono venire espressi in lingue differenti. Tuttavia, similmente a ciò che avviene nel racconto biblico della torre di Babele, oggi la maggior parte degli uomini non comprende più la Verità unica e onnicomprensiva e rimane legata solo ad aspetti di questa, finendo per erigerli a propri idoli; incomprensione che non inficia però in alcun modo la Verità in sé, che permane immutabile e alla quale sempre possono accedere quei pochi uomini rimasti di buona volontà.

 René Guénon ha ricordato l’Unità metafisica che conferisce realtà a ogni Rivelazione, unità simboleggiata in questo mondo dai legami che ogni forma tradizionale deve necessariamente mantenere con la Tradizione Primordiale unica. Nello stesso tempo, però, ha ripetutamente insistito sulla necessità di rispettare la specificità di ogni forma rivelata, mettendo in guardia da ogni tentativo di ricostituzione formale ed esteriore dell’Unità perduta. Il ritorno di tutte le forme alla loro unità primordiale potrà avvenire infatti soltanto al momento escatologico: sempre più spesso, invece, assistiamo a fenomeni di sincretismo, ovvero ad aberranti fusioni di simboli e riti appartenenti a tradizioni differenti, compiute per ricercare una vicinanza tutta mondana e antropomorfica fra uomini dimentichi di ogni principio realmente trascendente.

 L’errore moderno in tutte le sue forme è sempre riconducibile a una perdita del senso dell’Unità e dell’Eternità, e alla conseguente illusione di potere prima o poi lasciare alle proprie spalle definitivamente quella sofferenza e quell’imperfezione che sono invece inerenti al mondo in quanto tale. L’alternarsi ciclico di periodi più o meno felici, nel mondo come nella vita di ciascuno, è un fatto di un’evidenza indiscutibile; la possibilità di una maggiore stabilità anche esistenziale risiede comunque esclusivamente nel conformarsi dei singoli e delle comunità ai fini trascendenti. Ogni squilibrio trova il proprio completamento non in un tempo futuro, ma nell’intemporalità stessa del Principio che lo contiene e da cui solo il velo dell’illusione cosmica lo tiene separato. La vera Giustizia non lascia nulla al di fuori di sé: perché farsi ingannare da coloro che in nome di un vantato progresso promettono un benessere a prezzo del sacrificio di generazioni passate, presenti o future? Essi immolerebbero, per così dire, la propria esistenza per vantaggi materiali e contingenti dei quali i posteri dovrebbero approfittare per la costituzione di una ipotetica società terrena perfetta. Il primo beneficiario di un vero sacrificio non è forse invece sempre colui che lo compie, partecipandone gli altri solo di riflesso?

L’opera di Guénon, come abbiamo detto, ha un’estensione e una profondità senza pari. In presenza di una testimonianza così eccezionale e, soprattutto, in una fase di decadimento avanzata come la nostra, si è costretti a riconoscere che ci si trova di fronte a un caso unico, i cui legami con l’ambiente circostante non esauriscono affatto la natura trascendente della sua ispirazione, pertanto irriducibile a qualsiasi grossolana spiegazione sociologica o psicologica. Considerare non già l’individuo ma la sua funzione spirituale, consapevoli della sua provvidenzialità, è quindi l’unico modo per tentare di assimilarne veramente l’insegnamento. Per queste ragioni, chi volesse realmente mettersi sulle tracce di coloro che continuano oggi a riferirsi fedelmente all’insegnamento di René Guénon, non è forse necessariamente presso gli scrittori che si sono ispirati alla sua opera che dovrebbe ricercarle. Con la sua morte la fase di adattamento dell’espressione della dottrina metafisica alla mentalità occidentale poteva dirsi conclusa; i problemi che si pongono sono operativi: quale delle ipotesi sulla possibile sorte dell’Occidente, formulate da René Guénon nelle opere Orient et Occident e La Crise du Monde Moderne, presenta maggiori probabilità di attuarsi? [2]

 Certo, già diverso tempo prima che René Guénon morisse, alcuni occidentali, riconosciuta la propria vocazione metafisica in seguito agli insegnamenti contenuti nei suoi scritti, presero la via dell’Islâm e furono da lui stesso indirizzati presso lo Shaykh algerino Ahmad al ‘Alawî,[3] morto a Mostaganem nel 1934. Fu quindi l’‘Alawiyya la prima confraternita islamica ad avere nell’Occidente contemporaneo una presenza numericamente rilevante. Primo frutto dell’insegnamento di Guénon nel mondo occidentale, essa ha permesso una prima riunione di alcune aspirazioni spirituali sparse, ed è stata di fondamentale importanza per permettere il costituirsi di un terreno fertile su cui si potesse esercitare l’azione delle influenze spirituali provenienti dall’Oriente islamico in Occidente, ma non deve essere assolutamente confusa con questa azione stessa che non si lascia circoscrivere ad alcuna struttura esteriore. Il vero frutto deve riguardare l’universalità della dottrina tradizionale che, lungi dal ricoprirsi di nuovi veli, dovrà apparire in modo sempre più trasparente, conformemente al detto evangelico: “Non vi è nulla di nascosto che non debba essere manifestato” [4].

[1] Sull’importanza della conoscenza delle opere di René Guénon in Oriente (tradotte anche in palî e in urdu) si veda l’interessante saggio di Michel Vâlsan, “L’oeuvre de Guénon en Orient”, contenuto nel volume L’Islâm et la fonction de René Guénon, Les Editions de l’Oeuvre, Parigi 1984.

[2] Orient et Occident, Payot, Parigi 1924; tr. it.: Oriente e Occidente, ed. Studi Tradizionali, Torino 1965; La Crise du Monde moderne, Edition Bossard, Parigi 1927; tr. it. Edizioni Mediterranee, Roma 1972 (purtroppo questa edizione risente di numerose modifiche dovute al traduttore-curatore).

[3] Si veda l’opera di Martin Lings A moslem Saint of the Twentieth Century, Allen & Unwin, Londra 1961; tr. fr.: Un saint musulman du XX siècle, Ed. Traditionnelles, Parigi 1967; tr. it. Un santo sufi del XX secolo, lo Sceicco Ahmad Al-’Alawi, Ed. Mediterranee, Roma 1994.

[4] È naturale che questo non significa che debba anche essere compresa dalla maggioranza degli uomini che al contrario sarà sempre più accecata dalle proprie passioni, magari dissimulate sotto un velo religioso o meglio pseudoreligioso.

 

 

 

"Incontro fra genio e santità"

(Dal libro dello Shaykh 'Abd al Wahid Pallavicini "L'Islam Interiore")

L’accostamento fra René Guénon e lo Shaykh Ahmad al ‘Alawî non è certo arbitrario, poiché queste due personalità furono contemporanee ed ebbero modo, se non di incontrarsi personalmente, perlomeno di intrattenere una corrispondenza fra Mostaganem e il Cairo. E, se poco o niente ci è dato sapere del contenuto dei loro rapporti epistolari, molto si sa invece dell’impatto che entrambi ebbero non solo sui propri connazionali o su coloro che ebbero modo di conoscerli personalmente durante la loro vita, ma anche su tutti coloro che in modo più o meno diretto hanno potuto beneficiare del loro insegnamento.

Lo Shaykh al ‘Alawî è il fondatore di una tarîqah, di una confraternita islamica, che porta il suo nome, la ‘Alawiyyah (da non confondersi con la setta alawita siriana) che è una derivazione della tarîqah Darqâwiyyah, alla quale lo Shaykh aveva appartenuto, essa stessa una derivazione della tarîqah Shâdhîliyyah alla quale René Guénon era stato ricollegato, dopo la sua adesione all’Islâm con il nome di ‘Abd al Wâhid Yahya.

Alla venerata memoria del proprio Maestro, lo Shaykh ‘Abd-ar-Rahmân Elysh al Kebîr, René Guénon dedicò una delle sue opere maggiori: “Il simbolismo della croce”, aggiungendo nella dedica che proprio a tale Maestro era dovuta la prima idea del libro. Dall’introduzione di questo stesso libro vorremmo citare un passaggio che ci possa aiutare a chiarire l’argomento che vogliamo trattare.

  Abbiamo detto che la croce è uno di quei simboli che, in forme diverse, si trovano pressoché ovunque fin dalle epoche più remote; essa è dunque ben lungi dall’essere esclusiva del Cristianesimo, come taluni possono pensare. Il Cristianesimo stesso, in ogni caso, almeno nel suo aspetto esteriore più conosciuto, sembra aver alquanto perso di vista il carattere simbolico della croce, per limitarsi a considerarla soltanto come segno tangibile di un avvenimento storico; in realtà questi due modi di vedere non si escludono affatto, anzi il secondo non è, in certo modo, che una conseguenza del primo; ma ciò è talmente estraneo alla mentalità della maggior parte dei nostri contemporanei che, per evitare malintesi, è bene ci si soffermi un po’. In effetti, fin troppo spesso si è indotti a pensare che l’ammissione di un senso simbolico implichi l’esclusione del senso letterale o storico: un’opinione del genere non è che il frutto dell’ignoranza di quella legge di corrispondenza che è appunto il fondamento di ogni simbolismo, e in virtù della quale qualsiasi cosa, che come tale procede da un principio metafisico da cui la sua realtà unicamente dipende, traduce o esprime, a suo modo e secondo il suo ordine di esistenza, questo principio, sicché, da un ordine all’altro, tutte le cose si concatenano e si corrispondono per concorrere all’armonia universale e totale la quale, nella molteplicità della manifestazione, è come un riflesso della stessa unità principiale1.

  Ecco, nello stile inconfondibile di questo “Unificatore” – qualità suggerita dal suo nome arabo “‘Abd al Wâhid”, cioè “servo dell’Unico” – chiaramente affermata la dottrina islamica del tawhid2, la dottrina dell’Unità. Essa ci riporta alla concezione di un Principio dal quale tutto deriva e al quale solo possiamo riferirci nella speranza di ritrovare in noi e di riportare agli altri il senso di quell’“armonia universale” dalla quale sembra che ci siamo tanto allontanati, noi occidentali e orientali dei tempi ultimi.

D’altro lato lo Shaykh Ahmad al ‘Alawî, egli stesso già ricollegato alla tarîqahIsâwiyyah, o “gesuitica”, e considerato a propria volta un santo di tipo ‘Isawâ, o “cristico”, rappresenta in seno alla derivazione Shâdhîlî-Darqâwî l’espressione del movimento di rivivificazione dell’Islâm iniziatosi nel XIX secolo con gli altri due grandi Ahmad di origine maghrebina: lo Shaykh Ahmad Tijani e lo Shaykh Ahmad Ibn Idrîss (radiyAllâhu ‘anhumâ, che Dio sia soddisfatto di entrambi). La sua figura viene così descritta dal dottor Marcel Carret, che ebbe modo di visitarlo e curarlo durante gli ultimi anni di vita:

  Ciò che immediatamente mi colpì fu la sua rassomiglianza con il volto col quale di solito si rappresenta il Cristo. I suoi vestiti, così simili, se non identici a quelli che doveva portare Gesù, il velo di finissimo tessuto bianco che ne incorniciava i tratti, e poi il suo modo di fare, tutto concorreva a rafforzare vieppiù questa somiglianza. Mi venne in mente l’idea che così doveva essere il Cristo che riceveva i suoi discepoli, quando abitava a casa di Marta e di Maria.3

  Sia ben chiaro che tali accostamenti, se abbiamo ben inteso le parole citate di René Guénon, non vogliono certo incoraggiare una fratellanza dimentica dei princìpi propri a ogni fede religiosa, né ancor meno un inutile sincretismo dottrinale; sono invece un invito a vedere l’unità nella molteplicità e a riconoscere la validità di ogni espressione rivelata, quale aspetto manifestato di quella Verità che è, come Allâh, una e la stessa per tutti.

Così, la cosiddetta conversione di René Guénon dal Cristianesimo all’Islâm non deve essere certo fraintesa come un rigetto della sua religione d’origine, ma come un’accettazione dell’Islâm, un inserimento in quella che egli chiamava la Tradizione primordiale, in arabo dînu-l-qayyîmah, nella sua ultima espressione che, come tale, incorpora tutte le precedenti Rivelazioni, senza opporvisi.

Non si tratta di cercare un compromesso o un comune denominatore fra le varie posizioni dottrinali delle nostre religioni, ma di ricostruire invece l’integrità dei credenti, quella che era tale al momento profetico dell’origine storica di ciascuna di esse e che si è venuta via via sfaldando nel processo di decadenza proprio dei tempi ultimi. Oggi le varie etnie che costituiscono il normale supporto di ogni Rivelazione hanno sviluppato gli aspetti peggiori dei loro temperamenti a discapito della dimensione spirituale: così in Occidente l’intellettualità è divenuta intellettualismo, la logica razionalismo o peggio psicologismo, mentre in Oriente l’intuizione crea impulsività e il fatalismo fanatismo.

Si tratta allora di favorire un’osmosi, in cui credenti d’Occidente e d’Oriente sappiano far rifluire le onde benefiche delle loro qualificazioni complementari da questo mare comune sulle coste che si fronteggiano; in tal modo l’occidentale ritornerà a essere quell’uomo intelligente che fu, nel senso di riuscire a partecipare nuovamente a ciò che ci fa simili a Dio nel riflesso del Suo Intelletto, e l’orientale ritroverà nel senso innato dell’immanenza divina che gli è proprio la forza per non farsi trascinare da avvenimenti che si stanno rivelando troppo simili a quanto in Occidente è già avvenuto, in modo che dall’Oriente stesso possa riprendere a venire la luce. Questo è l’insegnamento dello Shaykh Ahmad Ibn Idrîss.

E lo Shaykh al ‘Alawî al suo medico francese – il quale sosteneva che tutte le credenze si equivalgono – rispondeva:

  Si equivalgono solo se si considera l’appagamento. Ma vi sono dei gradi: alcuni uomini sono appagati con poco, altri sono soddisfatti con la religione e alcuni reclamano di più. Per costoro ci vuole non solo l’appagamento, ma la Grande Pace, quella che conferisce la pienezza dello spirito. E le religioni allora? – incalzava il medico. Per questi ultimi – riprendeva lo Shaykh – le religioni non sono che un punto di partenza, al di sopra della religione vi è la dottrina, i mezzi per arrivare fino a Dio, ma perché dovrei dirvi quali sono questi mezzi se non siete disposto a seguirli? Se voi veniste a me come discepolo potrei rispondervi, ma a che pro soddisfare una vana curiosità? Sapete che cosa vi manca? Vi manca per essere dei nostri e percepire la Verità, il desiderio di elevare il vostro spirito al di sopra di voi stesso; e ciò è irrimediabile.4

  Fu proprio René Guénon a tentare di porre rimedio alle lacune degli occidentali moderni, parlando nel solo modo ancora adatto alla loro capacità di comprendere5, nella speranza di riuscire così a risvegliare in alcuni di essi la concezione di una realtà trascendente, l’anelito verso una realizzazione spirituale, verso una gnosi, una Conoscenza possibile solo tramite il reinserimento in una Tradizione determinata e la riscoperta dei valori spirituali e delle fondamentali virtù umane. Con le sue stesse parole, tratte dall’introduzione a “La Crisi del Mondo Moderno”, ecco espressa la sua funzione:

  Tutto ciò che possiamo proporci è dunque di contribuire fino a un certo punto e quanto lo permetteranno i mezzi di cui disponiamo, a dare a coloro che ne sono capaci la coscienza di alcuni dei risultati che sembrano ben stabiliti fin d’ora, e a preparare così, non fosse che in un modo molto parziale e abbastanza indiretto, gli elementi che dovranno servire in seguito al futuro “giudizio”, a partire dal quale si aprirà un nuovo periodo della storia dell’umanità terrestre.6

  René Guénon, infatti, riconobbe nei nostri tempi i segni di quella fine ciclica predetta da tutti i testi sacri e auspicò anche in Occidente la costituzione di una tarîqah, di una confraternita con un carattere autonomo, lo stesso che permetteva l’operare delle organizzazioni iniziatiche cristiane ai tempi dell’Inquisizione – quegli stessi tempi che forse oggi anche l’Islâm sta attraversando nell’ineluttabilità della propria decadenza, destino comune a tutte le religioni –  in modo che resti vivo qualche seme alla fine dei tempi, quella che non sarà, secondo le parole dello Shaykh ‘Abd al Wâhid Yahya, altro che la fine di un mondo.

Dopo aver liberato il terreno da tutta la gramigna degli occultismi e degli spiritualismi ancora dilaganti all’inizio del secolo, René Guénon si accinse a combattere tutti i pregiudizi e i falsi idoli costituiti dalle teorie moderniste, evoluzioniste e progressiste che ancor oggi impediscono ai più di saper ritrovare quella fede e quell’accettazione della realtà spirituale contenuta in tutti i testi sacri dai tempi delle origini dell’uomo.

La sua opera fu volta a far ritrovare a molti il cammino verso la Tradizione d’origine e a qualcuno, come fu per lui stesso, l’adesione a quella Tradizione venuta a concludere il ciclo delle rivelazioni, l’Islâm, che nei tempi ultimi potrà ancora offrire la possibilità di un ricollegamento iniziatico. Tali concezioni e tali accostamenti gli valsero le accuse di sincretista, apostata, esoterista, inteso in forma magico-occultistica, fino a che, dopo i tentativi di denigrazione e una specie di congiura del silenzio, si assiste ora al tentativo di appropriarsi delle sue opere da parte dei suoi stessi detrattori, i quali, non avendo potuto vincerlo, si sono decisi a tentare di annetterlo alle proprie schiere. Queste forze, che René Guénon chiamava della “contro-tradizione”, sono tanto più operanti oggi quando nessuno più crede non solo in Dio, ma nemmeno nel diavolo, così che questi si trova libero di spaziare non più soltanto fuori dalle strutture delle varie forme religiose, ma anche in seno a esse, dove, fra l’altro, cerca di falsare la concezione dell’equivalenza metafisica di queste ultime per proporre aberranti miscugli sincretistici, non soltanto ideologici, ma perfino rituali, con l’ausilio di falsi maestri.

Lo Shaykh al ‘Alawî non fu indenne da attacchi e critiche che si attirò per il proprio universalismo e per la particolare capacità che aveva di verificare la sacralità di altre forme religiose, senza pertanto mai staccarsi dall’ortodossia islamica, nonostante appunti gli fossero mossi anche a questo riguardo dall’ottusità farisaica dei soliti “dottori della legge”. Così, un giorno, quando gli fu rimproverato che il suo tasbîh, il rosario, ricordava la forma di una croce, lo Shaykh si alzò in piedi e allargando le braccia all’altezza delle spalle esclamò: “E noi, a quale forma vi sembriamo assomigliare?”.

1Le Symbolisme de la Croix”, édition Véga, Parigi 1932; trad. it. Il Simbolismo della Croce”, Rusconi, Milano 1973-1983-1989, oppure Luni Editrice 1998; pag. 11-12 della prima edizione.

2 Dal punto di vista religioso il tawhîd, parola che deriva da al-Wâhid, l’Unico, uno dei 99 nomi divini, e che indica l’atto di affermare tale Unità, corrisponde al riconoscimento e alla testimonianza dell’Unità divina; esso è espresso dalla prima parte della shahâdah che attesta: “non vi è dio se non Iddio”. Metafisicamente possiamo designare con tawhîd la “Conoscenza dell’Unità” o, come spesso ricorre nel linguaggio del sufismo, la “realizzazione dell’Unità”, cioè di quell’Unità che costituisce il patrimonio interiore ed essenziale di ogni tradizione, non condizionato dalla molteplicità delle sue manifestazioni esteriori.

3A moslem Saint of the Twentieth Century”,di Martin Lings, Allen & Unwin, Londra 1961; “Un santo sufi del ventesimo secolo: lo Shaykh Ahmad al ‘Alawî”, tr. it., Edizioni Mediterranee, Roma 1994.

4 Ibidem.

5 “E crea per me un linguaggio di Verità, destinato agli uomini degli ultimi tempi” Corano XXVI, 84.

6La Crise du Monde moderne”, Gallimard, Parigi 1946, cit., p. 10-11; trd. it. La Crisi del Mondo moderno”, edizioni Mediterranee, Roma 1972-1990, oppure Arktos, Carmagnola 1991.

 

Biografia e Opere 

René Guénon nasce a Blois il 15 novembre 1886, dove trascorre la sua giovinezza frequentando l'Istituto religioso Notre-Dame des Aydes e poi il collegio Augustin-Thierry.

Nel 1904 supera il baccellierato di Filosofia e quello di Matematica elementare. Ad ottobre si trasferisce a Parigi, dove segue il corso di laurea in matematica presso il collegio Rollin.

Due anni più tardi interrompe gli studi universitari, probabilmente a causa della sua saluta malferma.

Nel 1909, all’età di 23 anni, pubblica i suoi primi articoli sulla rivista "La Gnose". La collaborazione durerà fino al 1912. Si interessa alle tradizioni taoista,indù e islamica.

Nel 1912 entra nell’Islam e assume il nome di ‘Abd al-Wahîd Yahia ("Giovanni Servo del Dio Unico").

Nel 1913 collabora con la rivista cattolica "La France Antimaçonnique", firmandosi con lo pseudonimo La Sfinge.

Nel 1915 ottiene la laurea in lettere e l’anno seguente il diploma di studi superiori in filosofia, con una tesi consacrata all'Examen des idées de Leibnitz sur la signification du calcul infinitésimal. Insegna filosofia a Saint-Germain-en-Laye.

Nel 1917 si trasferisce a Setif, in Algeria, per continuare l'insegnamento.

Nel 1918 viene incaricato di insegnare filosofia al collegio di Blois e nel 1919 si dimette dall'insegnamento per dedicarsi ai suoi studi.

Nel 1921 pubblica il suo primo libro: "Introduzione generale allo studio delle dottrine indù", seguito da "Il Teosofismo, storia di una pseudo-religione", dove denuncia le imposture della Società Teosofica.

Nel 1923 pubblica "L’errore dello spiritismo", in cui confuta con risolutezza lo spiritismo, a quei tempi molto in voga.

Nel 1924 esce "Oriente e Occidente", in cui traccia le linee per un'intesa tra l'élite intellettuale occidentale e orientale. Riprende ad insegnare filosofia al Cours Saint-Louis.

Nel 1925 inizia la collaborazione con la rivista cattolica "Regnabit", e con la rivista "Le Voile d'Isis".

Pubblica "L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta", e tiene una conferenza alla Sorbona su "La Metafisica orientale".

Nel 1926 scrive "La crisi del mondo moderno", in risposta a "La difesa dell’Occidente" di Henri Massis, appena uscito. Pubblica anche "Il Re del mondo".

Nel 1929 pubblica "Autorità spirituale e potere temporale" ed il breve studio "San Bernardo".

Il 5 marzo 1930 si trasferisce definitivamente al Cairo, dove continuerà a scrivere e a collaborare con la rivista "Le Voile d'Isis".

Nel 1931 viene pubblicato "Il simbolismo della Croce", dedicato allo Shaykh ‘Abd ar-Rahmân Elish el-Kebîr, ispiratore dell’opera.

Nel 1932 compare "Gli stati molteplici dell’Essere", mirabile sintesi della Metafisica di cui Guénon fu portavoce.

Nel 1934 sposa Fatimâ, figlia dello Sheykh Muhammad Ibrahim. Da questa unione avrà quattro figli. Collabora alla rivista italiana "Diorama filosofico".

Nel 1935 la rivista "Le Voile d'Isis" cambia il nome in "Études Traditionnelles", sotto la guida intellettuale di Guénon. La rivista interrompe le pubblicazioni dal '40 al '45.

Tra il 1945 e il 1946 pubblica "Il Regno della quantità e i segni dei tempi", "I principî del calcolo infinitesimale", "Considerazioni sull’iniziazione" e "La Grande Triade".

Nle 1951, il 7 gennaio, muore al Cairo pronunciando il Nome di Allah. Le sue spoglie vengono tumulate, secondo il rito islamico, nel cimitero di Darassa.