Shaykh
'Abd al Wahid Yahya
(René Guénon)
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INTRODUZIONE (a cura del Centro Studi Metafisici di Milano) INCONTRO FRA GENIO E SANTITA' |
Introduzione
(a cura del Centro Studi Metafisici di Milano)
La
situazione dell’Occidente verso la fine del secolo scorso presentava già
visibili i segni dell’imbarbarimento cui assistiamo oggi e non differiva, se
non apparentemente, da quella di ogni altro popolo che fosse precipitato nel
corso della propria storia in quello stato di anarchia che fa seguito
all’oblio delle verità fondamentali. L’idolatria della ragione cominciava a
cedere pericolosamente il passo a forme ancora peggiori quali il teosofismo e lo
spiritismo, e in generale la pseudospiritualità offriva una gamma di possibilità
atte a ingannare “persino gli eletti se ciò fosse possibile”. Quel che era
rimasto di organizzazioni autenticamente tradizionali come la Massoneria
confermava il detto corruptio optimi pessima e rischiava, con il suo stesso
confondersi a organizzazioni pseudotradizionali, di divenire più pericoloso di
quelle stesse. Da parte sua la Chiesa Cattolica risentiva fortemente degli
attacchi del modernismo. In questa situazione la presenza di René Guénon
risultò veramente provvidenziale: la sua sola opera scritta, di un’estensione
e profondità senza pari, lo dimostra, recando in sé un sigillo divino che
qualsiasi intelligenza sana non può evitare di riconoscere.
Fin da giovane, chiamato a una funzione eccezionale, egli
penetrò in tutte le organizzazioni, tradizionali – o sedicenti tali –
presenti in Occidente e ne verificò direttamente l’ortodossia intellettuale e
la regolarità operativa o rituale, fornendo nei propri scritti un quadro delle
possibilità spirituali realmente esistenti che a tutt’oggi permette a molti
occidentali, ma anche a molti orientali [1],
di ritrovare la vera via della Tradizione in questa “selva oscura” di
crescente confusione e pseudospiritualità.
In questi tempi si è infatti completamente dimenticato che
Verità e Tradizione designano due aspetti della stessa Realtà e che sono
pressoché sinonimi, fino a disconoscere la Verità stessa e a non darsi più
pena di vivere conformemente a essa. Si è voluto concepire la Verità come
astratta, soggettiva e mutevole, laddove essa è invece, per definizione,
concreta, oggettiva, immutabile, dovendo essere, per sua stessa natura,
onnicomprensiva. Riconoscere ciò significa riconoscere la necessità della
Tradizione, non essendo questa altro che la trasmissione di un insegnamento
non-umano operata di generazione in generazione da parte di uomini consacrati.
D’altronde, l’illusione del relativismo ha raggiunto negli ultimi secoli in
Occidente un livello mai toccato in nessun altro luogo e tempo, ed è stata
aggravata dallo stordimento provocato negli occidentali, ormai sradicati dalla
propria Tradizione, dal contatto con le altre civiltà. L’opera di René Guénon
è venuta allora a ricordare come, al di là dei veli delle differenti forme,
credenze, dogmi e riti, si dissimuli la stessa Verità, così come gli stessi
concetti possono venire espressi in lingue differenti. Tuttavia, similmente a ciò
che avviene nel racconto biblico della torre di Babele, oggi la maggior parte
degli uomini non comprende più la Verità unica e onnicomprensiva e rimane
legata solo ad aspetti di questa, finendo per erigerli a propri idoli;
incomprensione che non inficia però in alcun modo la Verità in sé, che
permane immutabile e alla quale sempre possono accedere quei pochi uomini
rimasti di buona volontà.
René Guénon ha ricordato l’Unità metafisica che
conferisce realtà a ogni Rivelazione, unità simboleggiata in questo mondo dai
legami che ogni forma tradizionale deve necessariamente mantenere con la
Tradizione Primordiale unica. Nello stesso tempo, però, ha ripetutamente
insistito sulla necessità di rispettare la specificità di ogni forma rivelata,
mettendo in guardia da ogni tentativo di ricostituzione formale ed esteriore
dell’Unità perduta. Il ritorno di tutte le forme alla loro unità primordiale
potrà avvenire infatti soltanto al momento escatologico: sempre più spesso,
invece, assistiamo a fenomeni di sincretismo, ovvero ad aberranti fusioni di
simboli e riti appartenenti a tradizioni differenti, compiute per ricercare una
vicinanza tutta mondana e antropomorfica fra uomini dimentichi di ogni principio
realmente trascendente.
L’errore
moderno in tutte le sue forme è sempre riconducibile a una perdita del senso
dell’Unità e dell’Eternità, e alla conseguente illusione di potere prima o
poi lasciare alle proprie spalle definitivamente quella sofferenza e
quell’imperfezione che sono invece inerenti al mondo in quanto tale.
L’alternarsi ciclico di periodi più o meno felici, nel mondo come nella vita
di ciascuno, è un fatto di un’evidenza indiscutibile; la possibilità di una
maggiore stabilità anche esistenziale risiede comunque esclusivamente nel
conformarsi dei singoli e delle comunità ai fini trascendenti. Ogni squilibrio
trova il proprio completamento non in un tempo futuro, ma nell’intemporalità
stessa del Principio che lo contiene e da cui solo il velo dell’illusione
cosmica lo tiene separato. La vera Giustizia non lascia nulla al di fuori di sé:
perché farsi ingannare da coloro che in nome di un vantato progresso promettono
un benessere a prezzo del sacrificio di generazioni passate, presenti o future?
Essi immolerebbero, per così dire, la propria esistenza per vantaggi materiali
e contingenti dei quali i posteri dovrebbero approfittare per la costituzione di
una ipotetica società terrena perfetta. Il primo beneficiario di un vero
sacrificio non è forse invece sempre colui che lo compie, partecipandone gli
altri solo di riflesso?
L’opera
di Guénon, come abbiamo detto, ha un’estensione e una profondità senza pari.
In presenza di una testimonianza così eccezionale e, soprattutto, in una fase
di decadimento avanzata come la nostra, si è costretti a riconoscere che ci si
trova di fronte a un caso unico, i cui legami con l’ambiente circostante non
esauriscono affatto la natura trascendente della sua ispirazione, pertanto
irriducibile a qualsiasi grossolana spiegazione sociologica o psicologica.
Considerare non già l’individuo ma la sua funzione spirituale, consapevoli
della sua provvidenzialità, è quindi l’unico modo per tentare di assimilarne
veramente l’insegnamento. Per queste ragioni, chi volesse realmente mettersi
sulle tracce di coloro che continuano oggi a riferirsi fedelmente
all’insegnamento di René Guénon, non è forse necessariamente presso gli
scrittori che si sono ispirati alla sua opera che dovrebbe ricercarle. Con la
sua morte la fase di adattamento dell’espressione della dottrina metafisica
alla mentalità occidentale poteva dirsi conclusa; i problemi che si pongono
sono operativi: quale delle ipotesi sulla possibile sorte dell’Occidente,
formulate da René Guénon nelle opere Orient et Occident e La Crise
du Monde Moderne, presenta maggiori probabilità di attuarsi? [2]
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[1]
Sull’importanza della conoscenza delle opere di René Guénon in Oriente
(tradotte anche in palî e in urdu) si veda l’interessante saggio di
Michel Vâlsan, “L’oeuvre de Guénon en Orient”, contenuto nel volume
L’Islâm et la fonction de René Guénon, Les Editions de l’Oeuvre,
Parigi 1984.
[2]
Orient et Occident, Payot, Parigi 1924; tr. it.: Oriente e Occidente, ed.
Studi Tradizionali, Torino 1965; La Crise du Monde moderne, Edition Bossard,
Parigi 1927; tr. it. Edizioni Mediterranee, Roma 1972 (purtroppo questa
edizione risente di numerose modifiche dovute al traduttore-curatore).
[3]
Si veda l’opera di Martin Lings A moslem Saint of the Twentieth Century,
Allen & Unwin, Londra 1961; tr. fr.: Un saint musulman du XX siècle,
Ed. Traditionnelles,
Parigi 1967; tr. it. Un santo sufi
del XX secolo, lo Sceicco Ahmad Al-’Alawi, Ed. Mediterranee, Roma 1994.
[4]
È naturale che questo non significa che debba anche essere compresa dalla
maggioranza degli uomini che al contrario sarà sempre più accecata dalle
proprie passioni, magari dissimulate sotto un velo religioso o meglio
pseudoreligioso.
"Incontro fra genio e santità"
(Dal libro dello Shaykh 'Abd al Wahid Pallavicini "L'Islam Interiore")
L’accostamento
fra René Guénon e lo Shaykh Ahmad al ‘Alawî non è certo arbitrario, poiché
queste due personalità furono contemporanee ed ebbero modo, se non di
incontrarsi personalmente, perlomeno di intrattenere una corrispondenza fra
Mostaganem e il Cairo. E, se poco o niente ci è dato sapere del contenuto dei
loro rapporti epistolari, molto si sa invece dell’impatto che entrambi ebbero
non solo sui propri connazionali o su coloro che ebbero modo di conoscerli
personalmente durante la loro vita, ma anche su tutti coloro che in modo più o
meno diretto hanno potuto beneficiare del loro insegnamento.
Lo
Shaykh al ‘Alawî è il fondatore di una tarîqah,
di una confraternita islamica, che porta il suo nome, la ‘Alawiyyah
(da non confondersi con la setta alawita siriana) che è una derivazione della tarîqah
Darqâwiyyah, alla quale lo Shaykh aveva appartenuto, essa stessa una
derivazione della tarîqah Shâdhîliyyah
alla quale René Guénon era stato ricollegato, dopo la sua adesione all’Islâm
con il nome di ‘Abd al Wâhid Yahya.
Alla
venerata memoria del proprio Maestro, lo Shaykh ‘Abd-ar-Rahmân Elysh al Kebîr,
René Guénon dedicò una delle sue opere maggiori: “Il
simbolismo della croce”, aggiungendo nella dedica che proprio a tale
Maestro era dovuta la prima idea del libro. Dall’introduzione di questo stesso
libro vorremmo citare un passaggio che ci possa aiutare a chiarire l’argomento
che vogliamo trattare.
D’altro
lato lo Shaykh Ahmad al ‘Alawî, egli stesso già ricollegato alla tarîqah
‘Isâwiyyah, o “gesuitica”, e
considerato a propria volta un santo di tipo ‘Isawâ,
o “cristico”, rappresenta in seno alla derivazione Shâdhîlî-Darqâwî l’espressione del movimento di
rivivificazione dell’Islâm iniziatosi nel XIX secolo con gli altri due grandi
Ahmad di origine maghrebina: lo Shaykh Ahmad Tijani e lo Shaykh Ahmad Ibn Idrîss
(radiyAllâhu ‘anhumâ, che Dio sia
soddisfatto di entrambi). La sua figura viene così descritta dal dottor Marcel
Carret, che ebbe modo di visitarlo e curarlo durante gli ultimi anni di vita:
Così,
la cosiddetta conversione di René Guénon dal Cristianesimo all’Islâm non
deve essere certo fraintesa come un rigetto della sua religione d’origine, ma
come un’accettazione dell’Islâm, un inserimento in quella che egli chiamava
la Tradizione primordiale, in arabo dînu-l-qayyîmah,
nella sua ultima espressione che, come tale, incorpora tutte le precedenti
Rivelazioni, senza opporvisi.
Non
si tratta di cercare un compromesso o un comune denominatore fra le varie
posizioni dottrinali delle nostre religioni, ma di ricostruire invece
l’integrità dei credenti, quella che era tale al momento profetico
dell’origine storica di ciascuna di esse e che si è venuta via via sfaldando
nel processo di decadenza proprio dei tempi ultimi. Oggi le varie etnie che
costituiscono il normale supporto di ogni Rivelazione hanno sviluppato gli
aspetti peggiori dei loro temperamenti a discapito della dimensione spirituale:
così in Occidente l’intellettualità è divenuta intellettualismo, la logica
razionalismo o peggio psicologismo, mentre in Oriente l’intuizione crea
impulsività e il fatalismo fanatismo.
Si
tratta allora di favorire un’osmosi, in cui credenti d’Occidente e
d’Oriente sappiano far rifluire le onde benefiche delle loro qualificazioni
complementari da questo mare comune sulle coste che si fronteggiano; in tal modo
l’occidentale ritornerà a essere quell’uomo intelligente che fu, nel senso
di riuscire a partecipare nuovamente a ciò che ci fa simili a Dio nel riflesso
del Suo Intelletto, e l’orientale ritroverà nel senso innato dell’immanenza
divina che gli è proprio la forza per non farsi trascinare da avvenimenti che
si stanno rivelando troppo simili a quanto in Occidente è già avvenuto, in
modo che dall’Oriente stesso possa riprendere a venire la luce. Questo è
l’insegnamento dello Shaykh Ahmad Ibn Idrîss.
E lo
Shaykh al ‘Alawî al suo medico francese – il quale sosteneva che tutte le
credenze si equivalgono – rispondeva:
Dopo
aver liberato il terreno da tutta la gramigna degli occultismi e degli
spiritualismi ancora dilaganti all’inizio del secolo, René Guénon si accinse
a combattere tutti i pregiudizi e i falsi idoli costituiti dalle teorie
moderniste, evoluzioniste e progressiste che ancor oggi impediscono ai più di
saper ritrovare quella fede e quell’accettazione della realtà spirituale
contenuta in tutti i testi sacri dai tempi delle origini dell’uomo.
La
sua opera fu volta a far ritrovare a molti il cammino verso la Tradizione
d’origine e a qualcuno, come fu per lui stesso, l’adesione a quella
Tradizione venuta a concludere il ciclo delle rivelazioni, l’Islâm, che nei
tempi ultimi potrà ancora offrire la possibilità di un ricollegamento
iniziatico. Tali concezioni e tali accostamenti gli valsero le accuse di
sincretista, apostata, esoterista, inteso in forma magico-occultistica, fino a
che, dopo i tentativi di denigrazione e una specie di congiura del silenzio, si
assiste ora al tentativo di appropriarsi delle sue opere da parte dei suoi
stessi detrattori, i quali, non avendo potuto vincerlo, si sono decisi a tentare
di annetterlo alle proprie schiere. Queste forze, che René Guénon chiamava
della “contro-tradizione”, sono tanto più operanti oggi quando nessuno più
crede non solo in Dio, ma nemmeno nel diavolo, così che questi si trova libero
di spaziare non più soltanto fuori dalle strutture delle varie forme religiose,
ma anche in seno a esse, dove, fra l’altro, cerca di falsare la concezione
dell’equivalenza metafisica di queste ultime per proporre aberranti miscugli
sincretistici, non soltanto ideologici, ma perfino rituali, con l’ausilio di
falsi maestri.
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1
“Le Symbolisme de la Croix”,
édition Véga, Parigi 1932; trad. it. “Il
Simbolismo della Croce”, Rusconi, Milano 1973-1983-1989, oppure Luni
Editrice 1998; pag. 11-12 della prima edizione.
2
Dal punto di vista religioso il tawhîd,
parola che deriva da al-Wâhid,
l’Unico, uno dei 99 nomi divini, e che indica l’atto di affermare tale
Unità, corrisponde al riconoscimento e alla testimonianza dell’Unità
divina; esso è espresso dalla prima parte della shahâdah
che attesta: “non vi è dio se non Iddio”. Metafisicamente possiamo
designare con tawhîd la
“Conoscenza dell’Unità” o, come spesso ricorre nel linguaggio del
sufismo, la “realizzazione dell’Unità”, cioè di quell’Unità che
costituisce il patrimonio interiore ed essenziale di ogni tradizione, non
condizionato dalla molteplicità delle sue manifestazioni esteriori.
3
“A moslem Saint of the Twentieth
Century”,di Martin Lings, Allen & Unwin, Londra 1961;
“Un santo sufi del ventesimo secolo: lo Shaykh Ahmad al ‘Alawî”,
tr. it., Edizioni Mediterranee, Roma 1994.
4
Ibidem.
5
“E crea per me un linguaggio di Verità, destinato agli uomini degli
ultimi tempi” Corano XXVI, 84.
6
“La Crise du Monde moderne”,
Gallimard, Parigi 1946, cit., p. 10-11; trd. it. “La
Crisi del Mondo moderno”, edizioni Mediterranee, Roma 1972-1990,
oppure Arktos, Carmagnola 1991.
René Guénon nasce a Blois il 15 novembre 1886, dove trascorre la sua giovinezza frequentando l'Istituto religioso Notre-Dame des Aydes e poi il collegio Augustin-Thierry.
Nel 1904 supera il baccellierato di Filosofia e quello di Matematica elementare. Ad ottobre si trasferisce a Parigi, dove segue il corso di laurea in matematica presso il collegio Rollin.
Due anni più tardi interrompe gli studi universitari, probabilmente a causa della sua saluta malferma.
Nel 1909, all’età di 23 anni, pubblica i suoi primi articoli sulla rivista "La Gnose". La collaborazione durerà fino al 1912. Si interessa alle tradizioni taoista,indù e islamica.
Nel 1912 entra nell’Islam e assume il nome di ‘Abd al-Wahîd Yahia ("Giovanni Servo del Dio Unico").
Nel 1913 collabora con la rivista cattolica "La France Antimaçonnique", firmandosi con lo pseudonimo La Sfinge.
Nel 1915 ottiene la laurea in lettere e l’anno seguente il diploma di studi superiori in filosofia, con una tesi consacrata all'Examen des idées de Leibnitz sur la signification du calcul infinitésimal. Insegna filosofia a Saint-Germain-en-Laye.
Nel 1917 si trasferisce a Setif, in Algeria, per continuare l'insegnamento.
Nel 1918 viene incaricato di insegnare filosofia al collegio di Blois e nel 1919 si dimette dall'insegnamento per dedicarsi ai suoi studi.
Nel 1921 pubblica il suo primo libro: "Introduzione generale allo studio delle dottrine indù", seguito da "Il Teosofismo, storia di una pseudo-religione", dove denuncia le imposture della Società Teosofica.
Nel 1923 pubblica "L’errore dello spiritismo", in cui confuta con risolutezza lo spiritismo, a quei tempi molto in voga.
Nel 1924 esce "Oriente e Occidente", in cui traccia le linee per un'intesa tra l'élite intellettuale occidentale e orientale. Riprende ad insegnare filosofia al Cours Saint-Louis.
Nel 1925 inizia la collaborazione con la rivista cattolica "Regnabit", e con la rivista "Le Voile d'Isis".
Pubblica "L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta", e tiene una conferenza alla Sorbona su "La Metafisica orientale".
Nel 1926 scrive "La crisi del mondo moderno", in risposta a "La difesa dell’Occidente" di Henri Massis, appena uscito. Pubblica anche "Il Re del mondo".
Nel 1929 pubblica "Autorità spirituale e potere temporale" ed il breve studio "San Bernardo".
Il 5 marzo 1930 si trasferisce definitivamente al Cairo, dove continuerà a scrivere e a collaborare con la rivista "Le Voile d'Isis".
Nel 1931 viene pubblicato "Il simbolismo della Croce", dedicato allo Shaykh ‘Abd ar-Rahmân Elish el-Kebîr, ispiratore dell’opera.
Nel 1932 compare "Gli stati molteplici dell’Essere", mirabile sintesi della Metafisica di cui Guénon fu portavoce.
Nel 1934 sposa Fatimâ, figlia dello Sheykh Muhammad Ibrahim. Da questa unione avrà quattro figli. Collabora alla rivista italiana "Diorama filosofico".
Nel 1935 la rivista "Le Voile d'Isis" cambia il nome in "Études Traditionnelles", sotto la guida intellettuale di Guénon. La rivista interrompe le pubblicazioni dal '40 al '45.
Tra il 1945 e il 1946 pubblica "Il Regno della quantità e i segni dei tempi", "I principî del calcolo infinitesimale", "Considerazioni sull’iniziazione" e "La Grande Triade".
Nle 1951, il 7 gennaio, muore al Cairo pronunciando il Nome di Allah. Le sue spoglie vengono tumulate, secondo il rito islamico, nel cimitero di Darassa.