La dottrina dell’anima nella religione islamica

Reggio Calabria

Reggio Calabria, 10 Novembre 2013

La dottrina dell’anima nella religione islamica

Yahya Pallavicini

 

La dottrina dell’anima nella religione islamica dipende dalla costituzione dell’uomo, formato dal corpo fisico (jism), dall’anima (nafs) e dallo spirito (ruh) e dalle relazioni tra queste tre realtà. Ciascuna dimensione appartiene ad un mondo specifico, interconnesso o ricollegato alle altre due realtà.

L’anima di una persona costituisce la sua personalità specifica distinguendola tramite il carattere e la coscienza.

Secondo la dottrina islamica l’anima è immortale (khalidah, XCVIII, 8), cioè sopravvive al decesso fisico della persona. La sua immortalità è governata all’origine della Creazione quando l’anima risponde ad un’identità innocente e virtuosa (al-fitrah).

 

L’anima delle creature viene suddivisa in tre parti o aspetti secondo alcuni versetti rivelati da Dio nel Sacro Corano:

  1. “Ma non voglio dichiararmi del tutto innocente, perché l’anima passionale spinge al male, a meno che il mio Signore non abbia pietà, e certo il mio Signore è indulgente e clemente” (Yusuf: XII, 53).
  2. “Giuro per l’anima biasimatrice” (Surat al-Qiyyamah: LXXV, 2).
  3. “E tu, o anima tranquilla – ritorna al Tuo Signore, piacente e piaciuta – ed entra fra i Miei servi – entra nel Mio Paradiso” (Surat al-Fajr: LXXXIX, 27-30).

L’anima passionale che incita al male è ovviamente la parte inferiore dell’anima – corrispondente all’ego – e si pone in constante conflitto e opposizione con l’anima biasimatrice, corrispondente invece alla voce della coscienza.

Dio dice nel Sacro Corano: “O voi che credete! Abbiate cura delle vostre anime, perché nessun danno vi faranno quelli che errano, se voi siete sulla via giusta. A Dio tornerete tutti ed allora Egli vi informerà di quel che avrete operato” (Surat al-Maida: V, 105).

Allo stesso modo il Profeta Muhammad disse ai suoi compagni di ritorno da un combattimento militare: “Noi facciamo ritorno da un combattimento minore verso la più grande guerra santa”. E quando i compagni gli chiesero cosa intendesse per “la più grande guerra santa”, il Profeta rispose dicendo: “È il combattimento contro la propria anima istigatrice”.

Se prevale l’anima passionale, cioè l’ego, allora il ribaltamento dell’ordine contamina l’uomo e la fede in Dio si ritira; mentre se la voce della coscienza illuminata, l’anima biasimatrice, vince la guerra santa, allora l’anima ritrova la sua condizione primordiale di virtù e assume la condizione di anima tranquilla o pacificata e può ricongiungersi nella stazione beata del proprio Signore.

 

  • La Rivelazione Islamica descrive anche una serie di facoltà dell’anima:
  • l’amore (hubb, “Iddio susciterà uomini che Egli amerà come essi ameranno Lui” V, 54);
  • la volontà (iradah, “chi preferisce l’altra Vita e degnamente si sforza di ottenerla” XVII, 19); l’intelletto (‘aql, “siete forse privi d’intelletto?” II, 45);
  • la comunicazione (kalam, “e chiara espressione gli ha appreso” LV, 4);
  • l’apprendimento e l’imitazione (ta’allum, “ha insegnato all’uomo ciò che non sapeva” XCVI, 5);
  • il sentire (shu’ur, “se voi rettamente sentiste” XXVI, 113);
  • l’immaginazione (khayal, “ed ecco che le loro corde e i loro bastoni gli parvero, per loro magia, divincolarsi a corsa” XX, 66);
  • la memoria (dhakira, “allora disse quello dei due prigionieri che s’era salvato e alfine s’era ricordato, dopo tanto tempo, di Giuseppe” XII, 45);
  • la visione (basira, “e quante generazioni abbiamo distrutto prima di loro: ne senti forse qualcuno o riesci a udire un loro suono?” XIX, 98);
  • l’intuizione (ihsas, “e dal vostro Signore vi sono giunti mezzi per l’intuizione del Vero. Chi è veggente lo è a suo vantaggio, chi è cieco lo è a suo danno” VI, 104);

la sensazione (inas, “e quando Mosé ebbe compiuto il suo termine, e si mise in viaggio con la sua famiglia, scorse, da un lato del Monte, un fuoco. Disse alla sua famiglia: “Restate fermi qui: ho scorto un fuoco” XXVIII, 29).

La responsabilità del sapiente musulmano consiste quindi nel gestire la molteplicità delle facoltà dell’anima in quanto mezzi e occasioni di un santo combattimento facendo prevalere e vincere la componente biasimevole dell’anima contro l’istigazione alle passioni oscure.

Il combattimento dell’anima sia sul piano esteriore delle corrispondenze fisiche che su quello interiore dello spirito, coinvolge l’integralità dell’essere umano e l’insieme delle sue componenti animiche, fisiche e spirituali partecipano nelle relazioni con le altre creature a loro volta interpreti delle proprie dinamiche interiori e tensioni metafisiche.

Analizzando le relazioni umane o interpersonali da questa prospettiva si potrà comprendere che la sintonia o il conflitto tra persone dipende anche dalle corrispondenze sottili e psichiche o dalle affinità intellettuali e spirituali, conseguenza della condizione interiore dei singoli e dello stato di salute dell’anima. Tali condizioni possono variare nel corso del tempo, progredendo armoniosamente o regredendo caoticamente, possono essere oggetto di metamorfosi e svelamenti del carattere oppure essere occasione di lacerazioni psicologiche o crisi d’identità.

Le anime, infatti, dialogano tra di loro con una tendenza che non è neutra rispetto all’ambiente circostante. Poco importa che si tratti di un contesto relativo a una singola persona o a più persone, in sintonia o in conflitto tra loro, oppure ad una dimensione intima o della vita pubblica. Tutte le facoltà dell’anima, proprio come quelle del corpo e come la natura spirituale inerente ad ogni persona, si riconoscono anche nelle rispettive corrispondenze delle altre persone visibili ed invisibili, presenti o assenti. Secondo i sapienti musulmani, l’alchimia prodotta dalle relazioni dell’anima dell’umanità è perfetta quando assume l’identità dell’Uomo Universale.

I sapienti ci ricordano che esiste una relazione diretta tra l’uomo e l’universo, tra microcosmo e macrocosmo, e che il dovere dei credenti più virtuosi è quello di superare la conflittualità apparente tra i lati contrapposti dell’anima biasimevole e passionale, ritrovando l’unità dell’anima nella sua sottomissione alla signoria dello Spirito. Proprio questa relazione gerarchica produce l’irradiamento della pace esteriore e interiore che permette all’anima di accedere alla stazione della Vera Pace, quella che realizza lo scopo finale e superiore della Guerra Santa.

Le animosità a cui assistiamo nella società contemporanea rappresentano la perdita, la dimenticanza, l’ignoranza e la strumentalizzazione della dimensione del combattimento interiore e rischiano di provocare un’inversione dell’ordine ontologico dell’uomo.

Queste animosità suscitano negli individui una sete di potere per padroneggiare l’anima e imprigionare lo Spirito, un potere temporale che pretenderebbe escludere la giurisdizione spirituale tramite il controllo degli uomini attraverso l’analisi terapeutica dell’anima o la costruzione artificiosa di un modello profano e utopistico di un “nuovo” genere umano.

Nella consapevolezza di questa situazione parodistica della natura umana e per reagire al pericolo di occultamento della scienza tradizionale, le autorità religiose hanno il dovere di testimoniare e consigliare il popolo e i governanti verso una prospettiva che sappia restituire all’uomo e alla donna la loro dimensione simbolica e universale in questo mondo e nell’altro, riprendendo gli antichi insegnamenti sulla cosmologia e sulla metafisica.

A questo lavoro di custodia del deposito e ritrasmissione della scienza sacra contribuisce anche l’esoterismo islamico con i maestri degli ordini contemplativi del tasawwuf ancora accessibili in Oriente come in Occidente. Essi, infatti, nella piena consapevolezza delle dinamiche escatologiche in corso, sanno forse ancora accompagnare le anime in un orientamento iniziatico per riscoprire l’ordine primordiale, quello della fitrah, del ricordo profondo della presenza di Dio.

L’invocazione del nome divino Allah costituisce l’essenza del metodo rituale praticato dai membri delle confraternite islamiche e rappresenta l’antidoto alle impurità dell’anima, sviluppando piuttosto una concentrazione sugli stati molteplici dell’essere, per citare il titolo di un’opera del maestro di dottrina metafisica René Guénon, shaykh Abd al-Wahid Yahya, su di lui la Pace.

Proprio questo maestro del secolo scorso, dopo essersi convertito all’Islam, e grazie alla frequentazione dei circoli iniziatici islamici nella città del Cairo, in punto di morte disse in arabo a sua moglie Fatima “al-nafs khalas”, l’anima è estinta, realizzando così il fine ultimo della sua eccellenza intellettuale: la coscienza del riassorbimento nel non manifestato, la manifestazione di un grado di santità dell’Uomo Universale, la Conoscenza dell’Identità Suprema.

La riflessione sull’anima nelle religioni deve prendere in considerazione l’itinerario dell’uomo verso questa visione sovraindividuale e sovrannaturale che può liberarlo dalle malattie dell’anima e restituirgli il significato più autentico della vita e del dialogo tra credenti nel mondo o, ancora meglio, tra i mondi.

 

Imam Yahya Pallavicini