L’identità dell’Islam europeo oltre gli stereotipi

Milano

 

di Yahya Pallavicini

Presidente della COREIS (Comunità Religiosa Islamica) Italiana

 

Da anni l’Islam è oggetto di opposte visioni stereotipate: da un lato coloro che lo ritengono incompatibile con l’Occidente e i suoi valori; dall’altro quanti lo considerano come parte integrante di un demagogico multiculturalismo. Si rinuncia così a cogliere in esso la presenza di relazioni complesse tra credenti, popoli e sistemi politici, a valutare e apprezzare i musulmani come studenti, professionisti, padri e madri, cittadini di cultura europea che credono in Dio, persone semplici, proprio come i fratelli e le sorelle della comunità cristiana ed ebraica.

 

Da anni si sente dire che l’Islam è incompatibile con l’Occidente, e i promotori di questa sentenza si affannano a riesumare l’invasione “mancata” dei turchi a Vienna o la “mitica” battaglia di Lepanto, o a generalizzare alcuni comportamenti o fatti di cronaca per demonizzare una civiltà millenaria e scovare nella sua dottrina le cause di un errore di fabbricazione rispetto agli standard “europei” dell’evoluzione della specie umana. I “buoni”, per contro, inneggiano alla tolleranza e si immolano alla causa civilizzatrice di costruire in laboratorio un “musulmano moderato”, che sia finalmente compatibile con gli ideali di un continente moderno, progredito, emancipato, democratico e liberale, nonché femminista. Ma non basta, perché c’è persino chi si serve dei musulmani solo come scudo ideologico per rivoluzionare il sistema e rilanciare la lotta al potere del capitalismo. Da un lato, c’è la falsificazione della storia e della natura umana a difesa di una cittadinanza occidentale esclusivista, puritana e ideale, che non deve subire contaminazioni, mentre dall’altro lato assistiamo alla demagogia di un multiculturalismo sentimentale, dove “è bello vivere tutti insieme” nella indifferenza reciproca o nella nostalgia della rivoluzione di Cuba.

Da musulmano europeo, posso confermare che l’Islam è incompatibile con gli eccessi appena descritti, così come lo sono tutte le altre religioni, civiltà, culture e persone sane, sensibili e intelligenti. Anzi, per meglio dire, trovo che siano questi due eccessi a essere incompatibili con l’Europa e con gli altri continenti, perché questo mondo e l’umanità onesta hanno da sempre riconosciuto la necessità di gestire relazioni complesse tra credenti, popoli, sistemi politici, come nell’ambito degli scambi internazionali e interculturali, imparando a rispettare linguaggi e comportamenti differenti senza pregiudizi e con intelligenza.

Discriminazioni sociali, leggi razziali, genocidi, pulizie etniche, colonizzazioni, ghettizzazioni, totalitarismi rappresentano alcuni dei segni ciclici della decadenza del genere umano, dove la politica, il diritto, la religione, la patria, la famiglia sono stati oggetto di una manipolazione per legittimare la violazione della responsabilità fraterna e la sopraffazione degli individui. Aver imparato da questi tragici errori del passato storico dell’Occidente permetterebbe al cittadino europeo di questo nuovo millennio di mostrare una maturità e una civiltà veramente in linea con il progresso della coscienza e dello sviluppo del pensiero filosofico. A patto di non pensare che tutte le altre regioni del mondo siano regredite o debbano necessariamente ripercorrere pedissequamente il processo sociale dell’Occidente, clonando i quadri dell’Umanesimo, del Rinascimento, dell’Illuminismo o del Risorgimento, trapiantando questi scenari nel loro spazio e tempo.

Possiamo almeno considerare che proprio come l’arte sacra o l’arte barocca o l’arte astratta hanno, tra loro, prospettive differenti di intendere il soggetto e l’oggetto descritto, anche la concezione del tempo, del ritmo, del calendario, dello spazio, del villaggio e del centro sono provvidenzialmente differenti se consideriamo la prospettiva delle civiltà tradizionali rispetto a quella, ad esempio, della cultura anglosassone? E la complessa e straordinaria identità italiana, siamo veramente convinti che sia più vicina al modello “brexit” piuttosto che al patrimonio mediterraneo?

 

SE L’ISLAM È EUROPEO ALLORA NON È STRANIERO!

Con il pretesto della reciprocità si chiede molto spesso ai musulmani di cambiare il mondo islamico, e lo si chiede con insistenza persino ai cittadini italiani musulmani di nascita come me che, pur viaggiando di frequente nei paesi a maggioranza islamica, hanno le loro radici culturali in Italia e non in luoghi vicini o lontani dell’Africa o dell’Asia. Che senso ha pretendere che, prima di riconoscere un Islam italiano, si debba ottenere lo stesso trattamento per un’altra confessione religiosa in Oriente? Che potere o colpa hanno i musulmani in Italia in riferimento a ciò che succede in altre nazioni, che siano o non siano i loro luoghi di origine o quelli dei loro genitori o trisavoli?

Recentemente la confusione fra l’Islam e la politica di qualche paese straniero è aumentata. Fino a qualche anno fa lo stereotipo più comune e grossolano era quello rappresentato dall’equazione musulmano=arabo, negando al popolo arabo la presenza di ebrei e cristiani e negando al musulmano una appartenenza culturale e nazionale che non derivasse esclusivamente dalla nobile tradizione beduina. Ora, invece, si attribuisce al musulmano europeo una posizione contro gli indù, se di origine pakistana, contro gli ebrei, se di origine palestinese, contro i buddhisti, se originario della Birmania, contro i cristiani, se di origine sudanese, nigeriana, siriana o irachena. Oppure gli si richiede una presa di posizione critica, una denuncia, una condanna, contro il Regno dell’Arabia Saudita, la Repubblica Islamica d’Iran, la Turchia, la Libia ecc.

Possiamo fare, a questo proposito, alcuni esempi concreti e avanzare qualche provocazione paradossale, ma costruttiva.

  1. Ricordo che, in una delle poche manifestazioni popolari alle quali ho partecipato, sono sceso in piazza a Milano a sostegno dei monaci birmani oggetto di ingiustizie da parte delle autorità politiche locali e, in altre occasioni, ho avuto l’onore di incontrare e beneficiare di insegnamenti profondi da parte del Dalai Lama. Come musulmano europeo devo forse subire delle ritorsioni per questo da parte del governo della Repubblica Popolare Cinese, pur avendo una straordinaria considerazione anche per la civiltà cinese?
  2. A Roma, Bruxelles, Siviglia, Parigi, New York, Gerusalemme, Rabat, Istanbul, Mosca, Baku ho partecipato con piacere come rappresentante dell’Islam europeo ad alcuni convegni e incontri con i rabbini della Comunità ebraica internazionale: devo forse subire per questo il boicottaggio da parte di qualche movimento fondamentalista o antisemita in Italia?
  3. Anni fa sono stato invitato a Tehran per il convegno di fratellanza tra sunniti e sciiti dal maestro ayatollah Taskhiri e recentemente, sempre in Iran, a Mashhad, capitale della cultura islamica dell’ISESCO. Devo forse subire per questo ritorsioni o dare prove di lealtà nei confronti della mia appartenenza sunnita?
  4. Ho avuto l’onore di realizzare il sacro pellegrinaggio a Mecca come ospite del custode delle due sacre moschee, il re Salman bin Abd al-Aziz al-Saud. Devo forse subire condanne o dare prove di autonomia dalla dottrina wahabita?
  5. Oltre agli straordinari insegnamenti del mio nobile padre e maestro, ho frequentato i corsi di dottrina islamica a Parigi dello sceicco Muhammad Sa’id Ramadan al-Bouti e al Cairo del mufti Ali Jumu’a. Il primo è stato ucciso dai ribelli siriani mentre insegnava in moschea a Damasco, il secondo è stato deposto dal movimento dei Fratelli Musulmani guidati dal presidente Morsi. Se la Farnesina ritenesse di dialogare con i ribelli siriani e con la “fratellanza musulmana” si negherebbe forse l’autenticità di un musulmano italiano che ha seguito alcuni veri maestri di religione?
  6. Condivido lo studio e la ricerca della sapienza tradizionale dei maestri di spiritualità con alcuni colleghi anziani come il fondatore mauritano del Forum per la Pace nelle società musulmane negli Emirati Arabi Uniti o il ministro per gli Affari islamici del Regno del Marocco o il consigliere per gli Affari religiosi del Regno Hashemita di Giordania. Devo forse dare dimostrazione di democrazia e di indipendenza italiana dai due regni che si rifanno alla nobile discendenza profetica? Vengo riconosciuto come “musulmano moderato” perché ricollegato al sufismo e non in quanto musulmano? Il “musulmano vero” è forse solo quello che conferma lo stereotipo di violento o di immigrato, per sempre? Perché si nega l’influenza positiva che le confraternite spirituali islamiche hanno avuto e hanno tuttora nel salvaguardare il sano e profondo rapporto con le fonti religiose e la loro declinazione nella società e nella cultura del tempo, senza esotismi ed estetismi? Non si tratta forse di un’influenza simile che da secoli, anche in Italia, viene veicolata dalla presenza di sacerdoti, monaci, frati e suore, teologi e maestri, rabbini e guru di ogni comunità religiosa? Insomma, non si sono forse sempre trovati nella stessa condizione tutti coloro che in ogni tempo hanno voluto schierarsi solo dalla parte della testimonianza della fede senza lasciarsi condizionare da opinioni terrene o da interessi mondani?
  7. Come cittadino italiano musulmano devo forse rivendicare la coerenza della politica estera europea o italiana nell’opportunità di mantenere o interrompere i rapporti commerciali e politici con tutti questi paesi del mondo islamico? Non si rischia così di confondere e condizionare i diritti della pratica del culto islamico in Italia con la libertà di opinione sulle relazioni di politica internazionale?

 

La risposta a tutte queste domande e provocazioni è data dalla necessità di non confondere le istanze di politica estera o le scelte economiche o i fatti di cronaca o i sentimenti personali con l’identità e le attività dell’Islam europeo che, pur mantenendo o sviluppando rapporti internazionali e comunitari in senso ampio, non deve subire il condizionamento o il boicottaggio o le conseguenze di un immobilismo per una momentanea crisi o convenienza tra due particolari Stati.

L’Islam europeo sarà veramente tale se saprà rappresentare la massima apertura spirituale, distinguendosi nettamente da qualsiasi forza politica estera. Allora i musulmani europei potranno persino rappresentare un valore aggiunto negli scambi interculturali e internazionali, ma la loro identità religiosa e il modo di gestire le esigenze del culto islamico devono provvidenzialmente essere autonomi, senza ingerenze di logiche partitiche che dipendono da contesti differenti da quello giuridico e culturale, italiano ed europeo. Nessuna ambasciata, accordo di cooperazione internazionale, ministero dei cittadini all’estero, Repubblica o Stato sovrano di tradizione islamica devono interferire direttamente o indirettamente nella costituzione dell’Islam europeo.

Per garantire questo sviluppo virtuoso sarà altrettanto necessario evitare la sovrapposizione tra le questioni legate all’immigrazione e alla sicurezza e il capitolo della libertà e del pluralismo religioso.

Già, religioso. Purtroppo si fa fatica a coniugare religione, sacro, sensibilità spirituale, divinità con Islam. Dispiace vedere sempre l’Islam associato a qualcosa di altro: arabo, deserto, turismo esotico, orientalismo, tappeti persiani, ceramiche, datteri, danzatrici, oppure straniero, immigrato, clandestino, lavoratore senza contributi, maschilista, terrorista. Raramente si sente parlare dei musulmani come studenti o professionisti in regola, onesti marito e moglie, padre e madre, fratello e sorella, maestro e discepolo, persona che prega Dio, digiuna per Dio, aiuta i poveri per Dio, vive secondo giustizia ed è grato a Dio, cittadino di cultura europea che crede in Dio! Eppure la maggioranza delle persone musulmane in Italia e in Europa sono persone semplici, che corrispondono proprio a queste categorie, proprio come i fratelli e le sorelle della comunità cristiana ed ebraica continuano a esserlo da secoli.

Ma se, in altri tempi, la difficoltà da superare sembrava essere quella dell’esclusivismo religioso cattolico, ora la difficoltà sembra essere quella di dover garantire una pari dignità a tutte le confessioni religiose, dovendo fare i conti con le singole specificità del pluralismo e, di conseguenza, dovendo trovare insieme istituzioni laiche e rappresentanze delle varie confessioni, la declinazione armoniosa che tuteli il proprio culto (da non confondere con la cultura straniera) e il rispetto dello Stato e della società italiana (da non confondere con la politica estera).

All’inizio di questo mese di ottobre, sono stato invitato per un’audizione presso la Camera dei Deputati (Il video dell’audizione è disponibile su webtv.camera.it/archivio?id=10033&posi-tion=2). La Commissione parlamentare per gli Affari costituzionali aveva selezionato una serie di interlocutori per ricevere osservazioni su una proposta di legge per la prevenzione del radicalismo. Il presidente, aprendo il dibattito, ci aveva chiesto se la firma di una intesa tra il governo e la confessione islamica avrebbe potuto contribuire a prevenire il radicalismo e, qualora i diversi interlocutori islamici accreditati non fossero riusciti a mettersi d’accordo fra di loro per una piattaforma unica, se gli esclusi non avrebbero potuto esporsi a un rischio di radicalizzazione.

La volontà della COREIS di realizzare una intesa con lo Stato è tale che probabilmente saremmo anche disposti a dover passare per questa concausa dell’antiradicalismo, ma, in tutta onestà – come è d’obbligo in quanto rappresentanti religiosi – occorre chiarire che la finalità dell’intesa è la concordata gestione trasparente e organizzazione dignitosa del culto islamico in Italia, e non un oggetto di scambio affinché “non si faccia i fondamentalisti”. Cavalcando comunque l’interessante lavoro di simulazione di possibili scenari futuri da parte del presidente della Commissione affari costituzionali occorre affrontare come si articolerà la collaborazione tra le varie sigle storiche e radicate sul territorio dell’Islam italiano (CICI, COREIS, UCOII, CII) e a quali condizioni ogni rappresentanza pretenderà di condividere questa piattaforma.

Nell’ottica dell’antiradicalismo (e del raggiungimento del miglior risultato con il minimo sforzo), si capisce come la speranza di alcuni politici sia quella di avere una rappresentanza unica che permetta, nella distribuzione delle forze, l’auspicabile controllo e dimensionamento di una voce più ostica delle altre. Il rischio di questa formula è comunque quello di rendere l’insieme della rappresentanza islamica ostaggio di un gruppo più radicale, con il conseguente danno di vedere sia l’antiradicalismo che l’organizzazione del culto male amministrati. Per chiarire ulteriormente la situazione, è come se si chiedesse, in virtù di una magia democratica, a tutti i partiti onesti di condividere il governo con un movimento xenofobo e sperare che il fato possa guarire l’arroganza di alcuni “condomini” in opposizione al palazzo. Siamo sicuri che la magia o il fato siano la cura più efficace? Non si rischia così di tradire il mandato di governare per cadere nell’illusione di poter imbalsamare la lotta politica? Ci sembra comunque quantomeno paradossale pretendere dai religiosi la sottoscrizione di un progetto fatalista o magico, proposto da laici il cui unico motto è quello di garantire lo status quo, la stabilità: non cambiare nulla, mai!

Un’altra pista avveniristica è data dalla nuova legge sulla libertà religiosa, che condividiamo sia necessaria, ma che richiederà tempi rea

listicamente incompatibili con le urgenti esigenze di oltre un milione e mezzo di musulmani in Italia (di cui almeno 100.000 cittadini italiani!).

Come spesso accade, la soluzione più semplice è quella di far funzionare le regole che già esistono, accreditando le associazioni che hanno i requisiti giuridici, patrimoniali, organizzativi, teologici e culturali in linea con il rispetto dell’ordinamento giuridico italiano e valutare se iniziare a stipulare con questi singoli enti riconosciuti una o più intese, come già avvenuto per le varie Chiese del cristianesimo protestante e ortodosso o le varie espressioni del buddismo in Italia. Alla luce di questa consapevolezza, la COREIS (Comunità Religiosa Islamica) Italiana, dopo oltre venti anni di esperienza nei rapporti istituzionali, si augura di vedere approvata la propria istanza di riconoscimento come ente morale di culto da parte del Consiglio dei ministri e del presidente della Repubblica. Tale riconoscimento sarebbe il segnale simbolico più coerente di una lungimiranza nel favorire lo sviluppo qualificato della radice dell’Islam italiano ed europeo e nel sostegno all’identità attuale e futura della cittadinanza italiana ed europea dei musulmani, un investimento serio per una unità nella diversità sia all’interno della eterogenea comunità islamica nazionale, sia tra le confessioni religiose in Italia e in Europa, che sappia prevenire i conflitti, ma anche le confusioni tramite un modello di cittadinanza e di religione che non sarà più estraneo o straniero, come non è mai stato eversivo.

Concludendo, il riconoscimento di un nucleo di Islam italiano ed europeo che sia caratterizzato dalla vocazione spirituale, dalla preparazione dottrinale teologica comparata e dalla coscienza profonda della cultura italiana e della filosofia occidentale (con il contributo persino dei sapienti musulmani!) può rappresentare veramente un passo importante verso l’orientamento e la realizzazione di un’armoniosa integrazione anche del credente musulmano tra i credenti e del cittadino musulmano tra i cittadini.

 

Yahya Pallavicini

presidente della COREIS (Comunità Religiosa Islamica) Italiana