San Francesco e il Sultano

Riflessioni di un imam italiano

«Quando il beato Francesco per la fede
in Cristo volle entrare in un grande fuoco
coi sacerdoti del Soldano di Babilonia;
ma nessuno di loro volle entrare con lui,
e subito tutti fuggirono dalla sua vista»
(Legenda Major: IX, 8).

Da questa citazione della biografia di San Francesco, scritta da San Bonaventura da Bagnoregio su commissione
dell’Ordine dei Frati Minori, trasse ispirazione forse Giotto nel descrivere l’undicesima scena
del ciclo di affreschi della Basilica Superiore di Assisi.
Gli storici riconducono l’incontro fra San Francesco e il sultano ayyubide d’Egitto al viaggio che il Santo di
Assisi intraprese durante la quinta crociata in Oriente e narrano l’offerta generosa di doni preziosi del sultano,
stupito per la qualità ascetica del frate. In quell’occasione, si tramanda che San Francesco abbia preferito
testimoniare la veridicità della sua fede passando incolume attraverso il fuoco, suscitando timore e ammirazione
tra i presenti.
Per il Sultano, se non per i suoi sacerdoti, questa forma di testimonianza dovette essere di grande pregnanza.
Essa richiama infatti molto direttamente il racconto coranico riguardante la testimonianza del giovane
Ibrahim – il profeta Abramo – proprio al re Nimrod di Babilonia. Egli fu gettato nel fuoco a causa della sua
esortazione ad abbandonare l’idolatria, e secondo la narrazione coranica, fu Iddio stesso a ordinare al fuoco
di “essere fresco e dolce ad Abramo” (Cor. XXI, 69).
Si trattava quindi di un richiamo profondamente legato alla comune discendenza abramica, ma su un piano
ancora più profondo proprio a quel carattere di hanifiyyah, di pura adorazione scevra da ogni commistione o
idolatria, che il Patriarca Ibrahim ha insegnato a tutti i suoi discendenti.
Sono trascorsi quasi otto secoli da questo incontro e da questo viaggio e le comunità cristiana e musulmana
rischiano di ricordare solo una raffigurazione artistica e un episodio storico e di non saper interpretare il valore
reale dell’incontro e della testimonianza della santità anche in questi tempi.
Ai credenti sensibili non sarà infatti sfuggito che San Bonaventura non parla del Sultano d’Egitto ma del Sultano
di Babilonia. Poco importa che con tale nome si intendesse storicamente Bagdad, sede dell’antico califfato
islamico; ciò che invece il santo biografo di San Francesco ha voluto mettere in evidenza è la “Babele”
che caratterizzava la corte del sultano, una corte dove regnava la confusione tra autorevolezza spirituale e
gestione del potere temporale, una corte dove la ricchezza dei beni materiali faceva da contrasto alla “povertà”
del frate cristiano, una corte dove la testimonianza di fede di San Francesco illumina, o piuttosto brucia,
il vaniloquio dei consiglieri decaduti e spaventati del sultano.
L’insegnamento che i credenti sensibili possono trarre da questo segno e da questa testimonianza non si
limita alle analisi geopolitiche tra Oriente e Occidente, ma deve richiamare tutti alla vera dimensione della
fede, alla sua forza vittoriosa contro la “babele” degli egoismi e delle idolatrie.
Fu proprio questa santa testimonianza a illuminare, a stupire, a convertire il sultano al-Malik al-Kamil, anche
se questa conversione non avrebbe mai assunto la forma di un’altra religione, di una religione diversa da
quella islamica, cosa di cui si rammaricano banalmente alcuni storici filo-occidentali, ma si trattava di una
conversione alla Verità nel ritrovamento di quella natura primordiale, “ad-din al-qayyim”, la Religione Assiale,
di cui proprio San Francesco, “Franciscus Assis” come si legge in molte raffigurazioni tradizionali, diventa
esempio e cardine per il Cristianesimo. Una conversione ad abbandonare il “sultanato” di questo mondo per
“servire” con giustizia il mondo superiore, il mondo che San Francesco gli aveva fatto riconoscere e ricordare.
Del resto, proprio Francesco di Assisi poteva ben ispirare al sultano la conoscenza del valore della conversione,
la stessa che indusse il santo italiano a rinunciare a partire per la quarta crociata come cavaliere e che gli
fece scoprire, tramite alcune Rivelazioni e vari travagli, di dover “seguire il Padrone e non il servo”. Da questa
conversione al Padrone sarebbe seguita quella di concentrare le sue attenzioni solo al “Padre nostro che è nei
cieli”, passando dalla spogliazione dalla sua vita mondana e dalle ricchezze della sua famiglia, che spinse fino
al gesto di una nudità che richiamò alla carità il Vescovo che la protesse, alla sollecitudine di costruire una
comunità riconosciuta dall’autorità papale di Innocenzo III, che potesse garantire l’ampiezza e la continuità
della testimonianza e del servizio divino anche al di là di lui.
Alcune conseguenze dell’incontro tra San Francesco e il sultano al-Malik al-Kamil possono forse trovarsi nella
maturazione del successivo incontro fra il sultano e l’imperatore Federico II, con il quale venne sancito un
accordo di pace e il ritorno della città di Gerusalemme sotto la giurisdizione dei cristiani d’Occidente. Tuttavia
preferiamo credere che il vero risultato del sultano non fu quello di essere il protagonista di una pace tra
imperi, bensì quello di realizzare il significato più profondo della sua funzione: al-Malik al-Kamil vuol dire “il
Sovrano Perfetto” e rappresenta proprio una stazione di illuminazione che Dio concede ai Suoi santi servitori.
L’incontro fra il cavaliere Giovanni di Pietro Bernardone e il sultano Abū al-Ma’ālī Muhammad b. Muhammad
b. al-Ādil b. Ayyūb Nāsir al-Dīn è stato soprattutto un incontro fra due convertiti che hanno saputo abbandonare
l’azione in nome proprio per scoprire la priorità della contemplazione di Dio, un santo incontro fra chi ha
realizzato la Signoria dello Spirito in modi differenti.
Contemporaneo di San Francesco è lo Shaykh al-Shadhuli, maestro di un ordine contemplativo islamico, che
ha iniziato una nuova regola di povertà spirituale, insegnando dal maghreb, dall’Africa Occidentale, fino all’Africa
Orientale, dove è deceduto in Egitto ai tempi di al-Malik al-Kamil. Alcuni discepoli europei che seguono
gli insegnamenti del maestro riconoscono una provvidenziale sintonia fraterna tra la regola francescana e
la scuola shadhuliyyah nella economia spirituale che i credenti virtuosi possono testimoniare per rispondere
insieme ancora oggi, soprattutto in Occidente, alla voce del Cristo che invita a “riparare la Sua casa perché,
come vedi, è tutta in rovina” e realizzare insieme segnali molto importanti di questa fratellanza spirituale.


Imam Yahya Pallavicini
Presidente COREIS (Comunità Religiosa Islamica) ITALIANA