Testamento Spirituale di Abd al-Wahid Pallavicini

All’età di 91 anni e in considerazione dei tempi di profonda crisi di transizione che stiamo vivendo ci sentiamo chiamati a mettere ancora più esplicitamente per iscritto quella che è al tempo stesso una dichiarazione di intenti e un testamento spirituale, rivolto tanto all’interno della comunità che Dio ha voluto concederci di costituire quanto all’esterno, nei confronti dei rappresentanti delle altre confessioni religiose e delle istituzioni civili, affinché possano condividere una responsabilità di cui non può certo farsi carico un ristretto gruppo di individui.

Ci è stato chiesto: «ma voi chi siete?», e le risposte non possono che porsi a due livelli, la cui sintesi rappresenta per noi lo slancio della nostra ricerca. La prima risposta è fondata sui principi, e gran parte di ciò che seguirà servirà a esplicitarlo; la seconda risposta è che solo Dio lo sa, in quanto chi a Lui si rimette interamente non può conoscere la natura imperscrutabile dei piani per i quali Egli si serve di lui. E qualcosa di questa natura imperscrutabile deve pur trasmettersi anche a coloro cui ci rivolgiamo, se dovrà realizzarsi un reale riconoscimento nello Spirito.Chi siamo dunque? Una comunità volta alla sottomissione integrale alla Volontà divina, all’estinzione dell’ego, inteso come tutto quanto sostiene l’illusione dell’autonomia di un essere dal proprio Principio. Noi siamo musulmani italiani appartenenti ad un ordine contemplativo islamico.

Se volessimo fissare simbolicamente la data di costituzione di una prima comunità di musulmani italiani sarebbe quella del 1986, in seguito all’incontro di Assisi voluto da Giovanni Paolo II, coincidenza che abbiamo sempre colto come un segno. Un momento di apertura al dialogo tra le diverse confessioni religiose, al quale abbiamo avuto modo di partecipare in rappresentanza della finora unica moschea riconosciuta in Italia, quella di Roma. Ciò che comunemente viene chiamato lo spirito di Assisi noi lo interpretiamo islamicamente come quella misericordia divina che ha dato agli uomini diverse Rivelazioni, per far irradiare nel tempo e verso le differenti comunità l’irruzione del Sacro, in modo che i credenti delle varie comunità confessionali possano beneficiare, pur all’interno delle loro appartenenze, anche delle altre provvidenziali, specifiche e susseguenti Rivelazioni.

Questa è una verità metafisica fondamentale e la semplicità di questo principio esclude ogni sincretismo, in quanto quest’ultimo si concentra sulle forme, non sulla semplicità, ed è per questo che pretende di «arricchire» una forma per mezzo di parti prese a prestito dalle altre. L’universalità cui ci rifacciamo è invece verticale, totalmente scevra da interessi mondani, e non pretende di abbracciare tutte le forme in nome di ideologie o piani occulti tesi a condizionare l’ambiente esterno. Se lo Spirito modifica l’ambiente esterno è solo per sovrappiù, quale supporto della Volontà divina, al di là di ogni volontà di potenza.

Il proselitismo è estraneo a ogni autentico credente, che è invece tenuto alla testimonianza della Verità. In altri termini, il proselitismo indica la tendenza a invitare qualcuno verso una forma, la propria, la testimonianza rimanda invece a Dio, e le forme sono solo dei mezzi, pur se consustanziali alla Verità.

Non nascondiamo che sembra divenire sempre più difficile testimoniare oggi l’impersonalità della dottrina tradizionale, e che tutti i nostri sforzi sembrano doversi orientare nel custodire una presenza spirituale capace di adorare Dio «in spirito e verità»[1]come afferma il Vangelo. Entrambe queste dimensioni sono necessarie, l’avere ricevuto in custodia una influenza spirituale autentica e trascendente e coltivarla alla luce dell’essenzialità della dottrina dell’Unità, del più puro Monoteismo abramico. Speculare senza l’assistenza dello Spirito è vana filosofia, mentre «peccare contro lo Spirito» è la più temibile delle eventualità che possano capitare a un essere umano.

Il nostro patrimonio spirituale risiede certamente anche nella dottrina, ma il supporto ineludibile di quest’ultima sono le virtù spirituali, e il suo compito principale, per lo meno oggi, è quello di favorire il dimorare in tali virtù e il loro approfondimento. Il compito intellettuale dei religiosi, oggi più che in passato, dovrebbe essere quindi quello di preservare la purezza della dottrina senza scadere in sterili sofisticazioni, ma restituendola al servizio della pratica delle virtù nel riferimento ai modelli che ciascuna religione offre ai propri fedeli per mezzo dei Profeti, delle figure sacre e dei santi. Perciò non abbiamo mai smesso di credere che la vera testimonianza porti sempre frutto in termini di aperture spirituali, intuizioni intellettuali e vero dialogo al vertice.

I segnali di una crisi così dilagante potranno infatti trovare una loro ragion d’essere e una soluzione solo tramite un riorientamento alla «Vera Religione», secondo l’espressione di S. Agostino, che, pur nel rispetto delle differenti e provvidenziali forme tradizionali, dovrà, crediamo, essere animata e gestita da una fratellanza di credenti virtuosi e pii. La riscoperta di una «universalità», o come dice il nostro arcivescovo Cardinale Angelo Scola, «pluriformità nell’unità», non ha nulla da condividere, come si è detto, con le degenerazioni del sincretismo o del relativismo, ma ha a che fare con la sintonia e l’affinità spirituale condivisa con coscienza e comprensione intellettuale tra i rappresentanti autentici, «puri», della fede in Abramo.

Dunque siamo responsabili, anche come musulmani, nel contribuire a salvaguardare un patrimonio sacrale e spirituale che non è solo cristiano «cattolico», ma è l’espressione della Rivelazione in un Occidente in cui anche noi siamo collocati. Questo non è l’appello ad un dialogo religioso, ma la consapevolezza spirituale di dover insieme, pur nelle differenti confessioni religiose, partecipare a una funzione sacrale, che ci rende attori diretti di quello che osiamo definire il «monologo» divino. Non è mai stata tra le nostre finalità né la conversione dei cristiani all’islam, né tanto meno l’islamizzazione dell’Italia o dell’Europa.I tempi in cui viviamo sono troppo confusi per illudersi che la pratica di una forma possa essere di per sé di beneficio, se non è preceduta e sostenuta da una fede sincera e incondizionata. Il timore di Dio ci spinge a temere anche per coloro che possano macchiarsi della colpa di una «conversione» superficiale e momentanea.

Forse basterebbe un solo esempio per dissolvere ogni dubbio sulle pretese volontà di convertire gli altri alla propria fede: l’incontro di San Francesco con il Sultano Malik al Kamil. Ecco ritornare, da un punto di vista simbolico, quella centralità di Assisi come luogo di una spiritualità che si è irradiata nel mondo e i cui segni viventi abbiamo riconosciuto durante l’ostensione di Sant’Antonio nella Basilica del Santo a Padova, dove siamo stati invitati a tenere un sermone in suo onore. Auspichiamo che con l’attuale Papa, che non a caso ha assunto il nome di Francesco, si possa rinnovare lo spirito di Assisi, inaugurato trent’anni fa da Giovanni Paolo II, nel riunire quello che all’epoca lo stesso Dalai Lama aveva definito un dialogo fra le ortodossie.

A torto la nostra adesione all’Islam è stata definita un’apostasia o un abbandono della fedeltà alla figura di Gesù e alla sua Santità. Ciò che questa comunità cerca di testimoniare, al contrario, è proprio l’eccezionalità di una sensibilità cristica che è tale in quanto si fonda sul riconoscimento della validità salvifica del messaggio profetico di Muhammad. Questa comunità eccezionale potrà forse contribuire alla preparazione dell’imminente ritorno di Sayduna Isa, Gesù, proprio grazie a un riconoscimento profondo e non semplicemente formale del messaggio trasmesso dal Profeta Muhammad nella forma islamica e nella Rivelazione coranica.

Il nostro principale riferimento, infatti, non può essere che la natura profetica, e non la dottrina intesa in forma astratta, né estratta dalle religioni. Le differenze teologiche fra le forme ortodosse sono limitate al piano immanente, mentre non hanno alcuna ragion d’essere in Dio, nella trascendenza della Verità. Gli articoli di fede delle varie religioni ortodosse non si escludono a vicenda, se non nell’immaginazione degli io individuali, mentre le deviazioni presenti in ogni comunità religiosa negano esplicitamente i fondamenti della fede, e sono il frutto di reali contraddizioni. I santi di ogni confessione riconoscono con il cuore intellettuale la presenza spirituale nelle altre forme, mentre lo stesso discernimento li porta a rifiutare ogni falsità, anche se travestita della propria forma religiosa.

«La Verità ci rende liberi»[2]tramite la coerenza al Suo servizio e nell’osservanza dell’ortoprassi rituale e dottrinale, che non dovrebbe mai scadere in un esclusivismo confessionale prodromo ai moderni fanatismi ideologici. L’antidoto a questi radicalismi è l’ecumenismo, il dialogo religioso che deve, crediamo, trasformarsi in un «accordo sui principi metafisici del Sacro», in, come si è detto, un «monologo di Dio», che non implica l’annichilimento delle creature, ma la loro comune riscoperta della re-ligione, del ricollegamento a Dio che non è un processo storico o psicologico, ma la vera realtà sempre presente in ogni istante e che ogni uomo e ogni donna hanno la facoltà e la possibilità di riscoprire per recuperare il ricordo dello scopo della loro esistenza sulla terra nella quale Dio ci ha fatti nascere.

Anche lo spazio in cui siamo stati collocati, oltre all’epoca in cui siamo nati che non abbiamo scelto noi, rappresenta una circostanza provvidenziale che contribuisce allo svelamento della nostra funzione sulla terra. Per sette secoli, dai tempi di Federico II, l’Islam non è stato visibilmente presente in Italia, anche in questo abbiamo sempre colto un segno della nostra funzione qui nel nostro Paese, unico al mondo a ospitare la sede del Vaticano. L’Italia è anche il Paese che ospita la comunità ebraica più antica d’Europa, presente ancor prima dell’Impero Romano. Ecco perché quando Papa Benedetto XVI ha visitato la Sinagoga di Roma, in occasione del suo centenario, abbiamo auspicato di rinnovare quegli incontri dell’Andalusia felix, in cui i sapienti ebrei, cristiani e musulmani si incoraggiavano vicendevolmente sulla via di Dio nella fedeltà alle loro rispettive appartenenze confessionali.

Ricordare i confronti intellettuali e spirituali avvenuti in epoche passate non ci allontana dal presente, anzi, ci aiuta a superare quei “miraggi” costruiti ad arte per nascondere coloro che, nel frattempo, vorrebbero “rubare il fuoco sacro” dalle religioni. Invece, veniamo sollecitati con forza affinché le nostre comunità di fedeli siano più «rappresentative» in termini democratici, quantitativi, territoriali o politici. Mentre se alcune strutture confessionali possono anche aver assunto questi aspetti organizzativi, l’essenza delle nostre rappresentanze deve permanere quella di un anelito sovraindividuale alla Verità trascendente e immanente, un anelito di fronte al quale ogni altra circostanza deve essere armoniosamente subordinata o, come diremmo noi musulmani, sottomessa. È difficile sostenere al giorno d’oggi che l’accettazione del volere divino è una realtà che appartiene alla condizione di tutti i credenti e che non può essere messa in antitesi allo statuto di cittadini che ciascuno di noi vive all’interno delle nostre sociètà occidentali.

È ancora più difficile in questi tempi escatologici, tempi in cui le visioni materialistiche e quantitative depauperano di finalità spirituale la nostra civiltà, accomunare l’Islam al Cristianesimo. Lo affermiamo in quanto abbiamo speso tutta la nostra vita difendendo tale principio convinti che bisognasse ritrovare il senso più profondo, essenziale e primordiale della religione, intesa in senso «cattolico», ossia universale. L’unica altra religione posteriore al Cristianesimo è l’Islam, che non è «evoluzionisticamente» la migliore, né la risolutiva, e, come musulmani italiani occidentali, ci sentiamo co-responsabili in questa funzione di sostegno alla «cattolicità», come abbiamo detto, nella comune e imminente attesa di Gesù, che anche noi aspettiamo nella sua seconda venuta.

Tutto ciò può forse essere di sostegno e di supporto anche ai fedeli delle altre Tradizioni in quel «reciproco incoraggiamento» al ricordo e alla preparazione della venuta messianica nel riconoscimento di una maturazione dei segni dei tempi che sembra ormai evidente persino ai non credenti. In questa attesa in cui si tratterà di saper seguire la via della sincerità, come afferma il Profeta Muhammad e insegna lo Shaykh al-Tadili, potrà essere proprio l’afflato fraterno, spirituale e metafisico dei fedeli delle nostre religioni a scongiurare il pericolo di una deriva secolarista, o di un’idolatria delle forme, anche quelle religiose, provocato dalla dimenticanza del fine per cui Dio le ha rivelate.

Sono queste le intenzioni su cui si poggia Allah, le Nom de Dieu en l’Islam, un libro che affronta con vigore alcune questioni dottrinali e di relazioni tra le religioni che oggi più che mai sono fonte di strumentalizzazioni. Forse il lettore dovrà superare un certo imbarazzo perchè in quanto maestro spirituale non ci siamo mai limitati a fare delle attestazioni di principio ma abbiamo sempre chiesto una loro attuazione, ciascuno secondo le proprie qualificazioni e aspirazioni. In virtù di ciò chiediamo ai nostri discepoli di tenersi saldi nei principi della fede senza scendere a compromessi con le crescenti suggestioni di questo mondo; alle autorità spirituali chiediamo invece di tenere fede allo spirito di fratellanza che abbiamo condiviso nel corso di più di quarant’anni di dialogo, con particolare attenzione a un sempre più necessario affinamento intellettuale e a un discernimento sui segni dei tempi, mentre alle autorità civili chiediamo di sostenere anche fattivamente una realtà spirituale eccezionale nel suo genere, dalla quale possono dipendere non pochi delicati equilibri nei rapporti fra Oriente e Occidente, equilibri che potrebbero divenire ancora più importanti nel corso dei prossimi anni.

 

Tratto da

Allah, le Nom de Dieu en l’Islam

Shaykh Abd al-Wahid Pallavicini

Éditions Albouraq, 2018 p. 19-23

 

[1]Vangelo di Giovanni 4,23

[2]Vangelo di Giovanni 8, 32