No a chi uccide in nome di Dio.

Roma

"No a chi uccide in nome di Dio, ora Bergoglio venga in moschea" Intervista all'Imam Yahya Pallavicini, su «La Repubblica»

GABRIELE ISMAN

ROMA. «Un incontro emozionante e molto significativo, in un periodo storico in cui siamo siamo costretti a vedere momenti drammatici».

Ieri in Sinagoga a stringere la mano al Papa c’era anche l’imam Yahya Pallavicini, 50 anni («come la Nostra eatate»), responsabile del dialogo interreligioso della Grande Moschea di Roma.

Il Papa ha puntato il discorso sul no alla violenza in nome della religione. Cosa ne pensa?

Ha apprezzato tre punti in particolare. L’idea del Papa che la violenza non può essere mai sinonimo di religione lo condividiamo da molto tempo. Le parole di Francesco sulla fratellanza tra ebrei, cristiani e mulsulmani, le tre grandi religioni che hanno comune origine in Abramo. anticipate dalla bella conclusione della presidente Dureghello sui musulmani che vogliono contribuire a una vita migliore.

E poi ancora il Papa con l’espressione Famiglia di Dio, priva di connotazioni. Assistiamo anche all’uso di Dio in modalità impropria (c’è chi in quel nome uccide) e qui invece Dio ispira una famiglia. una familiarità».

Lei ha conosciuto i tre Papi che hanno visitato il Tempio.

«San Giovanni Paolo Il è stato uno straordinario pioniere del dialogo nell’epoca della Guerra fredda. Benedetto, il Papa teologo, forse aveva affinità nel dialogo ebraico-cristiano da un punto di vista filosofico-religioso».

E Francesco?

«Per lui visitare la Sinagoga di Roma è scoprire un ruolo di autorità più come vescovo della Capitale. E questo perché apre prospettive anche per altre confessioni religiose».

E possibile una visita di questo Papa in una moschea?

«Melo auguro e ci lavorerò».