Il gusto della fede. Riflessioni geoculturali sul tema dell’alimentazione

Il gusto della fede. Riflessioni geoculturali sul tema dell’alimentazione

Nuova Trauben, 2018


a cura di Daniela Santus e Lorenzo D’Agostino

Indice

Daniela Santus, Le regole alimentari ebraiche (in appendice: Alcune ricette per riunire tutti attorno alla stessa tavola); Lorenzo D’Agostino, Cibus fidei. Divieti, tradizioni e simbologie alimentari del Cristianesimo Cattolico; Emanuele Filiberto Colombero, Daniela Santus, La cucina delle Valli Valdesi (in appendice: Ricette della tradizione valdese); Yahya Sergio Yahe Pallavicini, Spiritualità e nutrimento nell’Islam; Aisha Valeria Lazzerini, L’alimentazione nel diritto islamico; Hamid ‘Abd al-Qadir Distefano, Halal e haram nell’industria agro-alimentare moderna; Laura Bonato, Dire, fare, mangiare: così si racconta…; Umberto Colombero, La salsiccia di Bra: una curiosità tra religione e leggenda


Dalla Prefazione di Daniela Santus

Scrivere un libro che tratti argomenti quali l’alimentazione e la cucina, al giorno d’oggi, è esercizio per nulla originale. Ricette e chef sono onnipresenti nella nostra quotidianità.

“Il cibo è ormai una nuova religione” scrive Ansa Magazine “e anche la nostra osses­sione: fotografato mentre lo si cucina o mentre lo si mangia al fast food, nel tinello di casa o al ristorante stellato, ostentato ovunque in libreria per interi scaffali con titoli classici come l’antico Artusi o improbabili come il Dizionario dei Mieli Nomadi, glorificato dagli ascolti TV dove ha invaso ogni ora del palinsesto, esaltato in un continuo crossover con l’arte. Il cibo si è conquistato una centralità sociale come mai in epoche recenti ed è l’unico settore, l’enogastronomico, a non conoscere crisi ed anzi ad essere spesso trainante anche del turismo”.[1]

Tuttavia questo volume ha l’ambizione di presentare l’alimen­tazione e le sue pratiche sotto un’ottica diversa, seppur co­mun­que religiosa, ovvero quella della tradizionale sacralità del cibo. A questo scopo abbiamo scelto di analizzare la ritualità ali­men­tare delle tre grandi fedi monoteistiche, senza comunque dimenticare quelle forme che potremmo definire di ritualismo secolarizzato. Se infatti la necessità di assunzione di cibo è co­mune a tutti gli esseri viventi, le diverse pratiche di alimen­tazione (di gradimento o disgusto nei confronti di determinati alimenti) sono il risultato di un’elaborazione culturale che ne deter­mina assoluta eterogeneità. Il cibo assume perciò un evidente significato identitario, ma diviene anche portatore di apertura verso l’altro. Senza cibo non vi è vita, ma senza condi­visione (di materie prime, ad esempio) non vi è gastronomia.

Anni fa – all’indomani della guerra tra Hezbollah e Israele – ave­vo organizzato una cena con i miei studenti dell’Università di Torino. La chiamammo “Shalom salam: tra le persone, al di là dei confini”. Si trattava di una serata per stringersi la mano, di un momento particolare per pensare a chi aveva sofferto a causa della guerra senza porsi domande, senza cercare i torti o rivendicare le ragioni, con la convinzione che la pace andasse co­struita insieme: tra le persone, al di là dei confini, delle inter­posizioni, delle barriere, dei risentimenti, della paura, ma anche al di là degli stereotipi e dei luoghi comuni. L’intento era quello di sedersi attorno a un tavolo, gustare specialità medio­rientali appositamente cucinate, e – nel nostro piccolo – racco­gliere fondi da inviare a due ospedali: uno libanese (a Najim) e uno israeliano (a Safed), perché eravamo convinti, come lo siamo ora, che il sorriso di un bimbo sereno non dovesse avere confini.

Da allora sono passati quasi dieci anni, ma la convinzione del fatto che una tavola imbandita sia il modo migliore per incon­trarsi e guardarsi negli occhi, al di là delle diversità, continua ad essere forte: il cibo è identità, ma è soprattutto scambio e il bacino mediterraneo – culla dello sviluppo delle tre grandi fedi monoteistiche – ha offerto moltissimo, in tema di cultura ali­men­tare, al resto del mondo.

Così, con il supporto di Lorenzo D’Agostino, e grazie alle diverse specificità di chi ha creduto nel progetto, è nato questo volume. Un volume eterogeneo che parla di sacralità del cibo come di divieti alimentari, di digiuno come di leggende metro­politane, ben sapendo che – se pure è in qualche modo vero che siamo ciò che mangiamo – di fatto la nostra identità al giorno d’oggi si fonda soprattutto su ciò che non mangiamo.

Un sentito ringraziamento va perciò ai co-autori di questo vo­lume: l’imam Yahya Pallavicini, Aisha Valeria Lazzerini e Hamid ‘Abd al-Qadir Distefano che si sono occupati delle regole ali­mentari, della certificazione halal e della spiritualità nel­l’islam, Lorenzo D’Agostino che ha curato con me l’edizione del vo­lume e ha analizzato gli aspetti legati all’alimentazione nel cristianesimo cattolico, Emanuele Filiberto Colombero che si è concentrato sulla specificità valdese, Laura Bonato che ha pre­sentato alcune leggende metropolitane legate al cibo, Umberto Colombero che ci ha fornito una raccolta di ricette nell’ambito della tradizione ebraica e valdese, oltre ad aver analizzato la leg­genda che lega la salsiccia di Bra a quella che era la comunità ebraica di Cherasco. La sottoscritta si è occupata di regole ali­mentari ebraiche.

E se, com’è scritto in Deuteronomio 8, 3: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”, ci auguriamo di aver fornito ai lettori qualche valido spunto di ri­fles­sione: il cibo infatti è un fortissimo strumento di dialogo e di condivisione. È uno strumento di pace che, attraverso la fede, spinge gli esseri umani al reciproco rispetto e al rispetto della natura.

Dunque buona lettura e, se vi metterete ai fornelli per provare a realizzare le ricette presenti in questo volume, buon appetito!

Daniela Santus

[1] http://www.ansa.it/sito/notizie/magazine/numeri/2014/03/22/Cittadini-gourmet-il-cibo-e-la-nuova-religione_99cb773c-7a21-42bf-ae14-86909c93b2d4.html

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