Sermoni

L'invocazione

Quando poi entrambi si sottomisero, e lo ebbe disteso con la fronte a terra, Noi lo chiamammo: “O Abramo, hai realizzato il sogno. Così Noi ricompensiamo quelli che fanno il bene. Questa è davvero una prova evidente”. E lo riscattammo con un sacrificio generoso.

Il Sacro Corano, Sura al Saffat, I Ranghi, XXXVII, 103-107


O credenti nella sottomissione ad Allah, benvenuti a questo ultimo jumua del mese sacro di Rajab.

Abbiamo imparato l’insegnamento sulla pazienza e la dolcezza nell’accompagnamento alla sottomissione. Abbiamo compreso che il viaggio verso la sottomissione rappresenta una anticipazione dell’atto finale della sottomissione. Se questo accompagnamento non viene vissuto come una anticipazione alla sottomissione, la realizzazione della sottomissione, la realizzazione dell’islam, la realizzazione della religione, la realizzazione, sarà compromessa.

La provvidenza e l’obbedienza mi hanno dato la funzione di sostenere una compagnia spirituale nella forma di una unità fraterna tramite la responsabilità di ispettore della macellazione rituale degli animali. Aderendo con spirito conoscitivo a questa funzione, sono stato testimone di questa funzione e poi anche esecutore di questa funzione. Come ispettore ho dovuto garantire che ogni animale destinato al sacrificio sia accompagnato da una buona salute e da una buona disposizione. Se avessi visto segni di malattia, ferite o una disposizione infelice, sarebbe stato mio compito riorientare quell’animale ad un altro tempo o ad un altro destino.

Il destino del sacrificio non può infatti essere avvicinato nella malattia o nelle ferite o nella infelicità. Il destino del sacrificio è riservato a coloro che sanno orientarsi all’azione sacra, al servizio di un Ordine Superiore, all’accompagnamento di una Volontà divina e sanno identificare la propria volontà con la Sua Volontà, il proprio ordine con il Suo Ordine, la propria azione con la Sua Sacralità. Se un animale malato o ferito o infelice venisse macellato e offerto per l’alimentazione dei credenti, la malattia, la ferita o l’infelicità si trasmetterebbero al credente al posto del nutrimento del Suo Ordine, della Sua Volontà e della Sua Sacralità. In altre parole, ci saremmo nutriti solo della sua malattia, della sua ferita e della sua infelicità e questi difetti avrebbero stimolato ben altri aspetti della nostra persona piuttosto che fungere da sostegno per le nostre qualità di servizio e sensibilità spirituale. In questo consiste la nostra funzione di ispettori o di vigilanza spirituale: evitare le confusioni, le corruzioni e le contaminazioni che possano compromettere il sano accompagnamento alla sottomissione.

Ma esistono situazioni nel quale un ispettore è chiamato non solo a supervisionare il sacrificio ma anche a compierlo. Nel caso dell’imam che vi parla, questa esecuzione è stata una vera morte interiore. Un atto che mi ha fatto perdere la coscienza per molte ore forse proprio come il Profeta Musa (‘alayhi al-salam) quando ha perso la coscienza nel suo anelito a vedere Allah. “Tu non mi vedrai” gli dice Allah e Musa (‘alayhi al-salam) perde conoscenza. Ma come, dobbiamo acquisire una conoscenza di Allah e perdere la nostra? In effetti per realizzare il sacrificio e la sua conoscenza è necessario perdere la nostra coscienza e la nostra conoscenza. Senza tale perdita, il sacrificio non potrà mai essere perfetto. Anzi rischiamo di condizionare il sacrificio procurando noi stessi infelicità, malattia o una ferita all’animale, invalidando l’atto rituale.

Ma come è mai possibile, riuscire a trovare le forze per superare la nostra sensibilità personale, la nostra coscienza e sensibilità personale, la nostra formazione e conoscenza personale? Come sarà mai possibile? L’animale è nella gabbia rotante, è rivolto alla Makkah, è sano, è pulito, la lama è affilata, e il mio braccio e la mia intenzione e le mie forze, dove sono ora? Sento il maestro che mi dice “l’invocazione!” ma non lo sento, i miei occhi fissano gli occhi dell’animale che mi fissa. Ma come fa ad essere così dolce e paziente mentre io sono così sensibile e debole? Sento il maestro che mi dice “l’invocazione!” ma non lo sento. La mia mente ripassa la teoria, la dottrina, le ore trascorse con i fratelli e le sorelle, le ispezioni e i rapportini, le supervisioni degli altri macellatori, e ora io, proprio io devo sacrificare questo animale? Che ha fatto di male, che ho fatto di male? Sento il maestro che mi dice “l’invocazione!”. Cosa? L’invocazione? Certo! L’invocazione. Devo fare l’invocazione, devo dire l’invocazione e il sacrificio si realizza. E’ l’invocazione il segreto del rito, è l’invocazione la forza della realizzazione, è l’invocazione il centro del sacrificio. Grazie Maestro.

Al Fatiha.

Cari fratelli e sorelle,

questa settimana i nostri fratelli sidi Abd al-Razzaq e Jalila hanno dovuto affrontare un incendio che per due giorni non ha cessato di trovare nel vento e nel sottobosco del terreno di loro proprietà alleati che a fatica riuscivano ad essere domati.

Noi pensiamo di sapere come si evitano e si spengono o si gestiscono gli incendi eppure non è così. Basta una scintilla, il vento e del sottobosco sensibile alla fiamma che un incendio si sviluppa e si sposta rapidamente e non si spegne dopo ore e molta acqua.

Così è la realtà dello Spirito nella sua combinazione con il soffio e un ricettacolo combustibile. Così è la dinamica animica nella sua combinazione con le correnti e la vulnerabilità del ricettacolo. In entrambi i casi le cose sono fuori dal controllo della mente o della forza personale ma nel primo caso favoriscono una illuminazione mentre nel secondo caso provocano una distruzione.

Non si scherza con il fuoco sacro. Che Allah ci preservi dal fuoco!

Ma quale relazione, complessa, su cui meditare! Tra l’ordine in sogno del sacrificio del figlio a cui il profeta Ibrahim sollecito obbedisce e l’incendio della casa a causa di un fuoco improvviso portato dal vento, che bisogna con sollecitudine estinguere, quale relazione!

Tra la conversazione con il roveto ardente del profeta Musa, quando egli perse conoscenza, e la perdita della conoscenza di un animale sacrificato, quando, dopo il taglio unico, occorre attendere con calma che questi abbia perduto completamente la conoscenza, e rispettarlo fino a quel momento, senza toccarlo.

Quale relazione, tra il controllo di un gesto sacrificale e il superamento di noi stessi da parte di Dio solo, che ci ha fatto nascere e ci sostiene ogni giorno, donandoci l’aria che respiriamo, ben al di là di ogni nostro controllo.

Grazie maestro del soffio!

E l’invocazione di Allah è più grande!


Imam Mansur Abd al-Hayy

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